Due terzi alla coalizione di Takaichi: stabilità interna, svolta strategica e un messaggio che arriva fino a Roma

C’è un tipo di vittoria elettorale che non si limita a cambiare gli equilibri di un’aula parlamentare: cambia il tono di un Paese. In Giappone, il successo travolgente del Partito Liberal Democratico (LDP) guidato da Sanae Takaichi – una maggioranza qualificata in grado di rendere la Dieta un luogo “governabile” senza il logorio della trattativa quotidiana – non è soltanto un fatto di aritmetica politica. È una investitura: una richiesta di decisione, in tempi di inflazione domestica, tensioni regionali e pressione sulle catene del valore.

Il punto vero, tuttavia, non è l’entusiasmo che accompagna ogni “voto-plebiscito”. È la responsabilità che ne segue: quando un Paese affida a un governo numeri così larghi, non gli sta concedendo una vacanza, ma chiedendo risultati. E, nel caso giapponese, i risultati hanno due nomi: costo della vita e sicurezza.

Un paragone con l’Italia: più “Democrazia Cristiana” che partito identitario

Per comprendere che cos’è l’LDP, l’Italia deve fare un salto indietro nella sua memoria politica. Non è, in senso stretto, un “partito-ideologia” come le formazioni identitarie europee più recenti. È piuttosto un partito-sistema, un contenitore di correnti, interessi, culture politiche e filiere territoriali che, per durata e funzione, ricorda la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica: forza dominante, capace di governare a lungo perché include (e disciplina) differenze interne.

Dentro quel contenitore, però, Takaichi rappresenta un profilo più marcato: più assertivo sui dossier di sicurezza, più determinato sul terreno della sovranità e – almeno nel racconto pubblico – più “decisionista”. Se si vuole una seconda analogia, non sostitutiva ma complementare, la sua postura “falco” può ricordare alcune tonalità dell’attuale destra di governo italiana; ma l’architettura dell’LDP resta più simile a una grande coalizione permanente che a un partito di bandiera.

Cosa cambia per l’Italia: la vittoria che stabilizza un partner

Ed ecco il punto che interessa Roma: una maggioranza ampia rende Tokyo un interlocutore più prevedibile, capace di mantenere rotta e tempi su progetti industriali e di difesa. E qui l’asse nippo-italiano non è un’astrazione diplomatica: ha già un nome e un’agenda.

  1. Difesa e logistica: l’ACSA Italia-GiapponeNel novembre 2024 Italia e Giappone hanno firmato un Acquisition and Cross-Service Agreement (ACSA), un’intesa che facilita cooperazione operativa, supporto logistico, scambi e assistenza anche in emergenze e disastri naturali.  Una leadership giapponese rafforzata significa, in pratica, maggiore capacità di tradurre queste intese in prassi: esercitazioni, interoperabilità, scambi tecnici, procedure più snelle.
  2. Industria e tecnologia: il dossier GCAPIl cuore strategico della cooperazione resta il Global Combat Air Programme (GCAP) con Regno Unito e Giappone, dove l’Italia è protagonista anche industrialmente. L’Unione europea ha approvato la joint venture tra BAE Systems, Leonardo e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. per sviluppare il caccia di nuova generazione: partecipazioni paritetiche e quartier generale in Gran Bretagna, con un primo amministratore delegato italiano.  La stabilità politica a Tokyo riduce il rischio tipico dei grandi programmi: slittamenti, ripensamenti, frenate per calcoli interni. Non elimina le difficoltà (costi, tempi, consenso), ma rende meno probabile che un cambio di maggioranza trasformi un progetto industriale in un dossier da rinegoziare da capo.
  3. La cornice geopolitica: Indo-Pacifico e catene del valoreIl Giappone sta al centro dell’Indo-Pacifico, area dove si incrociano sicurezza marittima, rotte commerciali, semiconduttori, tecnologie dual-use. Un governo con “mandato pieno” tende a parlare con voce più ferma nelle alleanze e più rapida nelle decisioni: per l’Italia questo può significare un partner più disponibile a iniziative di cooperazione economica e tecnologica, e un contesto più favorevole per le aziende italiane integrate nelle filiere connesse alla difesa e all’alta tecnologia.

Il rovescio della medaglia: quando la forza accelera anche le frizioni

C’è però un avvertimento: una maggioranza larga può anche accelerare l’attrito con i vicini e irrigidire le dinamiche regionali, specie dove il rapporto con la Cina è già sensibile. E l’Italia – che in Asia ha interessi commerciali e industriali ma anche un ruolo europeo – dovrà muoversi con una diplomazia più fine: sostenere la cooperazione con Tokyo senza trasformare l’asse con il Giappone in un gesto “contro” qualcuno. La politica estera, qui, non è tifo: è equilibrio.

In definitiva, il voto giapponese non parla solo di Tokyo. Parla anche di noi: del modo in cui l’Italia intende stare nel mondo, con quali alleanze industriali, con quale presenza strategica, e con quale idea di sicurezza in un’epoca in cui economia e geopolitica sono diventate la stessa frase, scritta con due alfabeti diversi.