C’è una parola che in diplomazia si pronuncia raramente, perché quando la pronunci smetti di poter fingere: guerra. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif l’ha detta senza anestesia: “la nostra coppa di pazienza è traboccata… ora è guerra aperta”. Non è solo retorica da social. È la formula con cui Islamabad certifica che i mesi di schermaglie lungo la frontiera non sono più “incidenti” ma un conflitto dichiarato, e che la politica ha lasciato il posto all’inerzia militare.
Il quadro, in queste ore (venerdì 27 febbraio 2026), è quello di un salto di scala: incursioni terrestri afghane contro postazioni pakistane e risposta del Pakistan con attacchi aerei che hanno colpito non solo province di confine ma anche Kabul e Kandahar, la città simbolo del potere talebano. Reuters parla di una crisi che rischia di trasformarsi in conflitto prolungato lungo la frontiera di circa 2.600 km, mentre il Guardian racconta l’ampiezza dei bombardamenti e il clima da “punto di non ritorno”.
E qui viene il punto “al vetriolo”: entrambi dicono di reagire, nessuno ammette di iniziare. Afghanistan sostiene di aver risposto a raid pakistani precedenti; Pakistan sostiene di aver replicato a un attacco afghano su vasta scala. È la grammatica più pericolosa dei conflitti moderni: la rappresaglia permanente. Ognuno si percepisce “misurato” e intanto alza la posta.
Dietro, però, c’è una causa che non si vuole chiamare col suo nome perché implica responsabilità: la questione TTP (Tehreek-e-Taliban Pakistan). Islamabad accusa Kabul di offrire spazio e tolleranza ai talebani pakistani, che negli ultimi anni hanno colpito duramente forze di sicurezza e civili; i talebani afghani negano e ribaltano l’accusa: “state coprendo i vostri fallimenti interni”. Eppure le Nazioni Unite continuano a descrivere un Afghanistan dove le autorità de facto garantiscono un ambiente permissivo per diversi gruppi, tra cui il TTP, e dove persistono allarmi anche su Al-Qaeda.
In mezzo ci sono i civili, come sempre: villaggi che corrono negli scantinati, moschee sventrate dal fuoco di mortaio, economie già fragili spezzate dal blocco dei valichi e dalle espulsioni. Qui la guerra non è una linea sul mappamondo: è commercio fermo, famiglie in fuga, campi profughi evacuati, paura che si sedimenta. La regione era già “al limite”; ora ci si aggiunge anche l’incognita delle ripercussioni legate alle tensioni sull’Iran (e al rischio che l’intera area diventi un domino).
Ma il veleno più corrosivo è politico: Pakistan e talebani si sono usati per decenni, come alleati intermittenti e come nemici funzionali. Oggi si presentano come estranei irriducibili. Non è credibile. È solo la versione aggiornata di una relazione che ha bruciato ogni capitale di fiducia: il Pakistan che ieri “tollerava” e oggi bombarda; i talebani che ieri beneficiavano di sponde e oggi accusano “aggressione”. Quando un rapporto nasce nell’ambiguità, finisce quasi sempre nel fuoco.
E intanto i mediatori (Qatar, Arabia Saudita, Turchia) contano i fallimenti, i cessate il fuoco diventano carta bagnata, e la “gestione” del confine si trasforma nella sua militarizzazione totale. È il paradosso tragico del Durand Line: una frontiera che taglia etnie, clan, economie, famiglie. Quando la rendi un muro armato, non ottieni sicurezza: ottieni risentimento organizzato. E il risentimento, in quell’area, trova sempre un gruppo pronto a trasformarlo in reclutamento.
La domanda finale, quella che nessuno vuole fare perché incrimina tutti, è questa: chi sta governando davvero questa escalation? I governi o i loro apparati? Le cancellerie o le dinamiche di vendetta? Se la risposta è “la vendetta”, allora non siamo dentro una crisi: siamo dentro un meccanismo che produce guerra come unico linguaggio disponibile.
E la guerra “aperta” è sempre così: comincia come messaggio, finisce come rovina.
