Nel 2014 furono uccise tre religiose missionarie nella zona dei Grandi Laghi. Dopo 12 anni viene ritrovato a Parma uno dei colpevoli grazie a un libro-inchiesta

C’è una retorica pigra che, appena sente la parola “inchiesta”, alza gli occhi al cielo: sensazionalismo, morbosità, caccia alle streghe. È la scusa preferita di chi ama l’oblio, e la coperta più comoda per chi teme la verità. Poi, ogni tanto, accade l’imprevisto: un libro fa il lavoro che molti non hanno voluto o potuto fare, rimette in fila i fatti, rompe il silenzio, raccoglie voci che nessuno aveva ascoltato davvero. E a quel punto la realtà presenta il conto: le indagini ripartono.

È quello che sta succedendo a Parma sul caso atroce delle tre missionarie saveriane uccise in Burundi nel settembre 2014 — suor Olga Raschietti, suor Lucia Pulici, suor Bernardetta Boggian — assassinate nella missione di Kamenge, a Bujumbura, tra il 7 e l’8 settembre, con modalità di ferocia che non si dimenticano.  

Dodici anni dopo, i Carabinieri del Comando provinciale di Parma hanno eseguito una custodia cautelare in carcere nei confronti di Guillaume Harushimana, 50 anni, originario del Burundi e residente nel Parmense, ritenuto gravemente indiziato di un ruolo nel triplice omicidio.  

E la chiave che qui interessa è questa: la terza fase investigativa si è riattivata nell’autunno 2024 dopo la presentazione del libro-inchiesta di Giusy Baioni, Nel cuore dei misteri. Lo dicono più ricostruzioni giornalistiche e lo ribadisce la cronaca locale e nazionale: l’eco del volume ha riaperto attenzione, testimonianze, carteggi, materiali.  

Ecco allora la prima tesi, al vetriolo ma necessaria: il giornalismo d’inchiesta non è un lusso, è un servizio pubblico. È una forma di carità civile, perché restituisce voce a chi è stato messo a tacere e responsabilità a chi si è nascosto dietro l’alibi dell’impossibile. Quando un caso viene archiviato “per difetto di giurisdizione” o “per carenza di elementi” e poi torna a parlare, significa che la realtà non si era chiusa: era stata chiusa.  

Il libro della Baioni — imponente, documentato, ostinato — ha fatto ciò che l’informazione rapida spesso non sa più fare: ha tenuto insieme nomi, luoghi, contesto, relazioni, clima. Ha insistito dove altri passavano oltre. E in una storia come questa la parola “contesto” non è un contorno: è la chiave. Perché gli inquirenti parlano di un presunto clima di intimidazione e depistaggio in Burundi e di un delitto maturato negli ambienti della polizia segreta, con piste che toccano potere, paura, interessi.  

Qui arriva la seconda tesi, ancora più dura: se le accuse verranno confermate, non siamo davanti solo a un omicidio, ma a un tradimento. Il tradimento di chi, secondo l’impianto accusatorio, avrebbe agito dall’interno: un “fac totum”, un volto noto, uno che poteva muoversi, capire abitudini, accessi, fiducia. Un tradimento che ha un sapore particolarmente infame perché colpisce una missione: un luogo che vive di accoglienza, non di sospetto; di porte aperte, non di serrature (e proprio per questo è vulnerabile: la missione è forte spiritualmente, fragile logisticamente).

La missione, quando è vera, genera legami. E chi usa quei legami come scala per infiltrarsi e poi colpire è l’esatto contrario della povertà evangelica: è l’avidità travestita da vicinanza. È la talpa morale prima ancora che criminale. Però, da cattolici, dobbiamo essere rigorosi anche in questo: oggi parliamo di gravi indizi e di ipotesi accusatorie; la responsabilità penale sarà stabilita in sede processuale.  

La terza tesi è quella che riguarda noi, Chiesa e mondo missionario: questa storia non è “cronaca nera africana”. È una domanda ecclesiale. Perché le tre saveriane non erano “inermi in vacanza”: erano donne consacrate che stavano dove stavano per il Vangelo. La missione non è un “progetto umanitario” neutro: è annuncio, servizio, educazione, cura. E proprio per questo può diventare bersaglio. Il che chiede, oggi, due cose insieme: proteggere di più i missionari, con prudenza reale, senza ingenuità, e non lasciare che la paura chiuda ciò che il Vangelo apre.

Infine, la conclusione che vale più di un applauso: se è vero — come sembra — che una parte decisiva della riapertura sia passata da un libro, allora c’è un dovere che ricade su tutti: non trattare l’inchiesta come un incidente e la memoria come un fastidio. La verità è lenta, spesso umiliante, quasi sempre scomoda. Ma è l’unico modo con cui la giustizia, prima o poi, raggiunge anche le “periferie dell’impunità”.

Nel cuore dei misteri merita di essere letto anche per questo: perché ricorda che la missione non è solo andare lontano. È anche tornare, con pazienza, sui punti oscuri  finché il buio non è più un rifugio.