Per calmeriare il prezzo degli idrocarburi lo Stato sottrae alla Sanità pubblica
C’è una contabilità che i governi preferiscono tenere separata, con colonne distanti, voci di bilancio lontane le une dalle altre, come se i numeri potessero davvero ignorarsi a vicenda. Da una parte, il costo dei combustibili. Dall’altra, la salute dei poveri. In mezzo, la guerra.
Eppure basta un decreto — uno di quelli definiti di emergenza, uno di quelli che arrivano come la grandine, inattesi e inevitabili — per far vedere quanto quelle colonne siano in realtà la stessa colonna. Ottantasei milioni di euro sottratti al bilancio del Ministero della Sanità per coprire il costo del calmiere sui carburanti. Ottantasei milioni che non finanzieranno visite, non accorceranno liste d’attesa, non raggiungeranno chi ha già smesso di curarsi perché non se lo può permettere. Il trasferimento è silenzioso, tecnico, nascosto nella grammatica dei decreti. Ma il suo effetto è scritto in carne.
Non è una novità, questa. È quasi una legge della fisica sociale: ogni perturbazione che agita i mercati dell’energia — ogni guerra, ogni blocco, ogni tensione nello Stretto — si trasmette verso il basso con la precisione di un’onda d’urto, e si ferma sempre allo stesso piano. L’ultimo piano. Quello dove vivono le persone che non hanno riserve, né finanziarie né politiche, né voce per lamentarsi in modo che qualcuno ascolti davvero.
Le guerre in Medio Oriente e in Iran — come quelle in Gaza, in Cisgiordania, in Sudan, in Ucraina, tutte le guerre che la saturazione dell’attenzione collettiva ha già cominciato a relegare ai margini del notiziario — producono vittime immediate e visibili, e vittime differite e invisibili. Le prime compaiono nei telegiornali per qualche giorno, poi scompaiono nella categoria amministrativa dei “danni collaterali”. Le seconde non compaiono mai: sono il malato che rinuncia all’esame, il bambino che aspetta mesi per una visita specialistica, la persona anziana che divide le pillole a metà per farle durare di più.
C’è poi una coincidenza che sarebbe ingenuo definire tale. I Paesi che hanno tagliato più drasticamente i fondi alla cooperazione internazionale e all’aiuto umanitario sono, con impressionante sovrapposizione, gli stessi che hanno alimentato o avallato gli ultimi conflitti. Come se le risorse disinvestite dalla pace fossero migrate direttamente verso la guerra — non per metafora, ma quasi per trasferimento contabile.
Il paradosso più acuto, però, sta nel fatto che questa crisi — petrolio caro, prezzi in aumento, tagli compensativi alla spesa sociale — non è che l’ennesima dimostrazione di una dipendenza che avremmo potuto, e dovuto, cominciare a sciogliere molto prima. Ogni volta che il prezzo del barile sale, riscopriamo quanto siamo in ostaggio di quella materia scura e antica. Ogni volta promettiamo che la prossima crisi non ci troverà così esposti. E ogni volta, quando la crisi passa, torniamo a fare come prima.
Il “ritardo climatico” — quella strategia sottile che non nega più la crisi ambientale ma la rinvia, la dilaziona, la rende compatibile con l’esistente — ha un costo che non viene mai messo nel conto ufficiale. Quel costo si chiama vulnerabilità sistemica: la nostra incapacità di affrontare qualunque shock senza scaricare il peso su chi già ne porta troppo.
La transizione energetica non è un lusso ideologico da rimandare ai tempi migliori. È l’unica forma concreta di sicurezza che potremmo costruire — sicurezza dai ricatti geopolitici, sicurezza climatica, sicurezza sanitaria. Ma richiede investimenti, visione lunga, coraggio politico. Tutte risorse rare quanto il petrolio, a quanto pare, e distribuite in modo altrettanto ineguale.
Nel frattempo, ottantasei milioni mancano alla sanità. E qualcuno, da qualche parte, aspetta una visita che non arriverà.
