Sul ponte del Bosforo, l’Avvento ricomincia dall’unità

A Istanbul, durante la Messa della I Domenica di Avvento nel cuore della metropoli sul Bosforo, Papa Leone XIV ha proposto un’immagine potente: i cristiani come costruttori di ponti — dentro la Chiesa, tra le Confessioni, con le altre religioni. Un’omelia che intreccia Nicea, la pace, la vigilanza evangelica e la pluralità dei riti, delineando l’Avvento come il tempo in cui l’unità diventa cammino concreto.

C’è un’immagine che attraversa l’omelia di Papa Leone XIV a Istanbul e che, più delle altre, sembra catturare il cuore del suo viaggio: il ponte. Struttura fragile e audace, sospesa tra due mondi, segno di unire ciò che la geografia — o la storia — talvolta separa. Non è un caso che il Papa scelga proprio questo simbolo per aprire l’Avvento nel luogo dove Europa e Asia si guardano, e dove il cristianesimo, da duemila anni, impara a respirare con due polmoni.

Nella Volkswagen Arena, tra i fedeli della diaspora e le diverse tradizioni liturgiche presenti in Turchia — latina, armena, caldea, sira — l’omelia si fa quasi una carta topografica dello spirito: invita a guardare in alto, verso il “monte elevato” di Isaia, ma anche a guardare attorno, verso quei ponti da custodire e ricostruire. L’unità dentro la comunità, l’unità tra i cristiani, l’unità con chi crede diversamente. Tre arcate che non reggono per magia: hanno bisogno di manutenzione. Di pazienza. Di fede incarnata.

Nel suo stile sobrio, Papa Leone XIV mette in scena un’ecclesiologia creativa e antica allo stesso tempo. Non è il tempo delle rivendicazioni muscolari, ma della testimonianza che non fa rumore: quella dei santi che parlano senza parlare, come ricordava san Giovanni Crisostomo; quella delle vite coerenti che diventano luce sul monte; quella delle comunità che sanno rinascere nella fedeltà. L’Avvento, suggerisce il Papa, non è decorazione liturgica, ma un invito alla vigilanza interiore: “gettare via le opere delle tenebre”, come dice Paolo, e riscoprire le armi della luce.

Poi c’è la pace. Sempre lei, sempre più urgente. Le spade che diventano aratri, le lance che si trasformano in falci: Isaia sembra scritto per il 2025, non per l’VIII secolo prima di Cristo. In un mondo dove la guerra torna a essere linguaggio, il Papa ricorda che i cristiani possono riconquistare il terreno solo con la mitezza, ricostruendo ponti proprio là dove tutto crolla. Non con slogan, ma con la scelta quotidiana di non arrendersi alla logica dell’ostilità.

L’altra parola che rimane impressa è “cattolicità”. Non come uniformità, ma come polifonia. Una Chiesa che vive quattro riti diversi nello stesso Paese è una provocazione per chi confonde l’universalità con la monocromia. Qui, dove Andrea è fratello di Pietro e Giovanni XXIII ancora diffonde il suo sorriso di pace, la molteplicità non spaventa: diventa promessa.

Infine, il terzo ponte: il dialogo interreligioso. Non come accessorio diplomatico, ma come condizione per non perdere l’anima. L’omelia richiama Nostra Aetate, quasi per ricordare che l’identità cristiana cresce quando incontra, non quando si chiude.

Tutto si tiene: Nicea, l’Avvento, il Bosforo, i santi, la pace. E così il Papa conclude con un’immagine che sa di poesia: i nostri passi camminano su un ponte che unisce la terra al cielo, e che Dio stesso ha steso per noi. In fondo, questa è la vera geografia dell’Avvento: un cammino sospeso, un itinerario verso una luce che non possiamo fabbricare, ma che possiamo accogliere.

A Istanbul, tra due continenti, Leone XIV sembra averci detto una cosa semplice e decisiva: l’unità non è un capitolo dei libri di teologia, ma la forma stessa del Natale che attendiamo. È tempo di rimettersi in cammino. Sul ponte. Sempre.