L’“Amico Americano” e l’ombra lunga di Lev Tahor: quando la fuga diventa sistema
A Yarumal, paesone tranquillo del nord della Colombia, Andrés Orrego pensava di aver trovato semplicemente un buon cliente: educato, puntuale, pagava in contanti, parlava uno spagnolo un po’ rigido ma volenteroso. Lo aveva salvato in rubrica come “Amico Americano”. Poi, una sera, Orrego ha guardato la televisione e ha capito chi gli passava davanti ogni settimana: non un turista stravagante ma uno dei leader di Lev Tahor, la setta ebraica ultraradicale bandita in mezzo mondo per abusi, matrimoni forzati di minori e violenze sistematiche.
Ecco il punto: in questa storia non c’è nulla di misterioso, ma tutto è inquietante.
Lev Tahor — “Cuore Puro” — nasce come gruppo ultraortodosso in Israele, ma negli anni è diventata una comunità itinerante e clandestina che fugge da un Paese all’altro ogni volta che un giudice, un procuratore o un poliziotto si avvicina troppo. Stati Uniti, Canada, Guatemala, Messico, poi addirittura l’Iran, quindi la Colombia: non un pellegrinaggio, ma una fuga permanente, accompagnata sempre dalle stesse accuse e dagli stessi fantasmi.
A Yarumal erano arrivati alla chetichella, alloggiati in un vecchio hotel per camionisti: otto adulti, diciassette minori, passaporti americani e canadesi, abiti religiosi che in quella zona mai nessuno aveva visto. Erano invisibili, o forse erano molto bravi a esserlo. Finché un blitz di esercito e polizia non li ha portati alla luce: e tra quei bambini ce n’erano cinque segnalati dall’Interpol come scomparsi o potenziali vittime di tratta.
Ed è qui che la storia diventa universale e inquietante.
Lev Tahor è uno specchio di ciò che succede quando la religione viene usata per cancellare la libertà, quando l’obbedienza diventa coercizione e la comunità diventa gabbia. Gli ex membri raccontano — e la giustizia di mezzo mondo ha confermato — un sistema che separa famiglie, costringe matrimoni tra minori, punisce chi pensa, controlla linguaggio, movimenti, affetti. Una “utopia” chiusa in sé che può vivere solo se non incontra lo Stato, se sfugge alla legge, se viaggia sempre.
E questo è il vero nodo della vicenda colombiana: cosa fare con una setta criminale che usa la religione come scudo, che attraversa confini più velocemente dei trattati internazionali, che usa i bambini come cemento per tenere insieme il gruppo?
La Colombia, come altri Paesi prima, non ha gli strumenti per gestire qualcosa che non somiglia a nulla: non è migrazione comune, non è rifugio politico, non è terrorismo, non è semplicemente abuso domestico. È una zona grigia dove si intrecciano traffico di minori, libertà religiosa, normativi deboli e una capacità straordinaria di eludere ogni controllo.
Il rischio — già visto in Guatemala — è che i minori vengano temporaneamente accolti dallo Stato, per poi essere riconsegnati ai genitori e sparire di nuovo, senza che nessuno ne sappia più nulla.
In questa storia non c’è pregiudizio contro l’ebraismo, né contro tradizioni religiose severe.
Il punto non è la fede — è la manipolazione della fede.
Non è la Torah — è il suo uso distorto come arma di controllo.
Non è l’appartenenza religiosa — è la sua trasformazione in deterrente contro la legge.
È fondamentale dirlo con chiarezza: Lev Tahor non rappresenta l’ebraismo.
Non lo rappresenta teologicamente, spiritualmente, né culturalmente.
Per molti ebrei nel mondo è una ferita aperta, una vergogna, un abuso della loro stessa identità.
Eppure proprio questo uso improprio della religione è ciò che complica le risposte. Ogni volta che uno Stato cerca di intervenire, la setta parla di persecuzione, di antisemitismo, di intolleranza. E così, paradossalmente, la tutela delle vittime diventa più fragile, la verità più difficile da affermare, la giustizia più lenta.
Questa vicenda mostra un’altra cosa, più grande della Colombia, più grande della setta stessa:
che il mondo moderno — globalizzato, digitale, interconnesso — può diventare un labirinto perfetto per chi vuole scomparire. Bastano un visto turistico, un hotel fuori mano, denaro contante e un confine da superare.
Il resto è silenzio.
Eppure, nella storia dell’Amico Americano c’è anche una lezione nascosta:
la verità, prima o poi, trova uno spazio.
Un supermercato di provincia, una spesa troppo grande per essere normale, un volto riconosciuto in TV: tutto può diventare, per un attimo, una crepa nella fuga.
La domanda oggi è un’altra: il mondo saprà fermare questa setta o continuerà a inseguirla, Paese dopo Paese, finché un altro Yarumal non farà la stessa scoperta?
È una domanda che non riguarda solo la Colombia.
Riguarda tutti noi.
Riguarda il nostro rapporto con la libertà, la fede, la legge, i bambini.
Riguarda — soprattutto — la capacità degli Stati di difendere chi non può difendersi.
E qui non bastano “buone intenzioni”.
Servono decisioni.
E servono presto.
