Ulrich Siegmund ha seicento mila follower su TikTok. Sorride sempre. Organizza pulizie nei parchi, visita le scuole, spiega la politica con la semplicità di un influencer di lifestyle. Porta il maglione Tommy Hilfiger e parla di cicogne e di famiglie numerose e di una Germania che vuole «restituire ai suoi cittadini». È il volto nuovo dell’AfD — il partito che i servizi segreti tedeschi hanno formalmente investigato per estremismo, i cui dirigenti hanno minimizzato l’Olocausto, riesumato slogan nazisti, proposto la segregazione scolastica dei figli dei migranti e la trasformazione dei centri di accoglienza in strutture di detenzione per la deportazione.
Il volto nuovo è sempre necessario quando il contenuto è vecchio.
Perché il contenuto dell’AfD non è nuovo. Non lo è quello del Rassemblement National di Marine Le Pen, né quello del Fidesz di Viktor Orbán, né quello di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, né quello di Vox di Santiago Abascal, né quello del Partito della Libertà di Geert Wilders in Olanda, né quello di Herbert Kickl in Austria che vuole fare del suo paese una «Festung» — una fortezza — e che ha vinto le elezioni l’anno scorso con la promessa di riportare l’Austria agli austriaci. Il contenuto è sempre lo stesso, da un secolo: c’è un popolo puro e omogeneo che è stato derubato di qualcosa — la sua identità, la sua sicurezza, il suo futuro — da qualcuno che viene da fuori o che è diverso. Il rimedio è sempre lo stesso: espellere il diverso, chiudere le frontiere, restaurare l’ordine, tornare.
Tornare dove, esattamente, non viene mai precisato. Perché la nostalgia politica non ha bisogno di coordinate geografiche o temporali precise: ha bisogno solo di un’emozione. Il senso di perdita è reale — la deindustrializzazione è reale, l’impoverimento delle classi medie è reale, l’abbandono delle periferie e dei territori è reale. La diagnosi è falsa. La Sassonia-Anhalt, il land tedesco dove l’AfD punta alla maggioranza assoluta a settembre, è povera e spopolata non a causa dei migranti — ne ha pochissimi, uno ogni tredici abitanti contro due ogni cinque a Berlino. È povera perché dopo la riunificazione è stata deindustrializzata, privatizzata, svuotata di giovani e di prospettive da politiche che nessun dirigente AfD ha mai contestato quando erano in corso. Ma indicare la complessità strutturale non porta voti. Indicare lo straniero sì.
Questo è il nucleo del problema, e vale per tutta l’internazionale nera europea: non è stupidità, non è ignoranza. È cinismo. È la scelta deliberata di un capro espiatorio semplice, visibile, indicabile, al posto di una diagnosi difficile che richiederebbe soluzioni costose e impopolari. È politica come demagogia pura — e funziona perché dall’altra parte, per decenni, non c’è stato nessuno disposto a fare il lavoro difficile di stare nei territori, ricostruire i legami, offrire un’alternativa che non fosse la condiscendenza del tecnocrate o il moralismo dell’intellettuale metropolitano.
Ma riconoscere le responsabilità altrui non assolve questi partiti. Non assolve Hans-Thomas Tillschneider — l’ideologo del programma AfD in Sassonia-Anhalt, rumeno di nascita, studioso di islam per passione giovanile, frequentatore delle feste di compleanno di Putin all’ambasciata russa di Berlino, esibizionista della sua tazza MAGA — che propone scuole separate per i figli dei richiedenti asilo come se la segregazione fosse una novità amministrativa e non una categoria giuridica che il diritto internazionale ha condannato dopo averla vista all’opera nel secolo scorso. Non assolve Orbán, che ha demolito sistematicamente ogni contrappeso istituzionale in Ungheria — magistratura, stampa, università, società civile — chiamando il risultato «democrazia cristiana» con la stessa serietà con cui uno svuota un edificio e ne conserva l’insegna. Non assolve Le Pen, che ha ripulito il cognome paterno senza cambiare il progetto politico, rendendolo più presentabile e quindi più pericoloso. Non assolve Wilders, che vuole chiudere le moschee in un paese fondato sulla libertà religiosa. Non assolve Kickl, che parla di fortezza in un paese che ha prodotto Hitler.
E non assolve Giorgia Meloni.
Vale la pena fermarsi su Meloni perché è il caso politicamente più rilevante per chi legge dall’Italia, e perché la sua parabola è istruttiva proprio nei punti in cui sembra rassicurante. Meloni non ha smontato le istituzioni italiane alla maniera di Orbán. Non ha chiuso giornali, non ha espulso giudici, non ha riscritto la Costituzione. Ha fatto qualcosa di più sottile e per certi versi più insidioso: ha occupato lo spazio pubblico con la metodicità di chi sa che il potere si costruisce nel tempo, non si conquista in un giorno. Ha nominato dirigenti organici al partito nei posti chiave dell’informazione pubblica. Ha trasformato la RAI in uno strumento di comunicazione governativa con una sistematicità che i governi precedenti — pur colpevoli degli stessi peccati — non avevano raggiunto. Ha usato la retorica delle «radici giudaico-cristiane» come scudo identitario mentre taceva sul massacro di Gaza con un silenzio che non è neutralità: è scelta. Ha coltivato il rapporto con Netanyahu come asset strategico e poi si è indignata solo quando le pallottole israeliane hanno danneggiato un blindato italiano in Libano — non i bambini di Gaza, non i civili di Beirut: il blindato con la bandiera tricolore.

Ha scommesso tutto sul ruolo di «ponte» tra Europa e Trump, convinta che la vicinanza ideologica bastasse a costruire un rapporto privilegiato. Trump l’ha trattata come tutti gli altri europei: una pedina nel suo gioco, utile finché serve, sacrificabile quando non serve più. Il ponte non è mai esistito perché Trump non ha bisogno di ponti: ha bisogno di vassalli. E Meloni — costretta dalla realtà, non dalla scelta — si è ritrovata a prendere le distanze da Washington senza ammetterlo, a criticare Netanyahu senza nominarlo, a difendere la NATO senza spiegare come si concilia con gli anni in cui Salvini, suo alleato di governo, sfilava con la maglietta di Putin.
Il filo russo nell’internazionale nera europea non è un’accusa propagandistica: è un dato documentato. Tillschneider alla festa di Putin. Il partito di Le Pen con prestiti da banche russe. Orbán con relazioni privilegiate col Cremlino mentre è formalmente membro NATO. Salvini con la maglietta. I movimenti di destra radicale europei hanno in comune, oltre alla retorica identitaria, un’attrazione strutturale verso Mosca che non è casuale: la Russia di Putin è il modello di ciò che vogliono costruire. Uno Stato forte, monoculturale, autoritario, che schiaccia le minoranze, controlla l’informazione, criminalizza l’opposizione e chiama tutto questo «sovranità».
Il programma AfD per la Sassonia-Anhalt è, tecnicamente, in gran parte inapplicabile: molte misure violano il diritto federale, altre la Costituzione tedesca. Non importa. I programmi dell’estrema destra non sono piani di governo: sono manifesti identitari. Sono la descrizione del mondo desiderato, non del mondo realizzabile. Servono a costruire consenso, a normalizzare il linguaggio, a spostare il centro del dibattito pubblico verso destra finché ciò che ieri era impronunciabile diventa oggi discutibile e domani diventa politica ufficiale. È il meccanismo che Overton chiamò finestra — e tutta l’internazionale nera europea lavora da anni, con disciplina e pazienza, per spostarla.
Il risultato è visibile. Dieci anni fa la proposta di segregare i bambini dei migranti in scuole separate sarebbe stata inimmaginabile in un programma di governo tedesco. Oggi è scritta nero su bianco in 156 pagine presentate alla stampa internazionale. Dieci anni fa un candidato governatore che frequenta i responsabili di partiti formalmente investigati per estremismo avrebbe concluso la propria carriera politica. Oggi ha seicento mila follower su TikTok e parla di cicogne.
Le cicogne migrano. Non chiedono il permesso, non rispettano i confini nazionali, non si fermano alle frontiere chiuse. Arrivano dove trovano calore e cibo, costruiscono il nido dove possono, ripartono quando è il momento. Sono straniere, per definizione, in ogni posto dove atterrano.
Nessun programma di governo le fermerà. E forse è per questo che Siegmund, con il suo sorriso da TikTok, si è fermato a guardarle.
Perché anche lui sa, in fondo, che il mondo che vuole riportare indietro non è mai esistito. E che le cicogne, come la storia, vanno sempre avanti.
