Damasco concede una tregua a tempo al nord-est della Siria, mentre gli alleati di ieri si defilano e i jihadisti tornano a muoversi. Per i curdi del Rojava non è una trattativa, ma l’ennesimo ultimatum: rinunciare all’autonomia o difenderla da soli, ancora una volta, sotto lo sguardo distratto della comunità internazionale.
C’è una formula che ritorna, puntuale, ogni volta che la questione curda entra nella cronaca internazionale: tempo concesso. A Damasco sono quattro giorni. Quattro giorni “concessi” all’Amministrazione autonoma del nord-est siriano per proporre un’integrazione, per negoziare, per dimostrare di meritare di esistere. Come se l’esistenza di un popolo, di una rivoluzione politica e sociale durata più di un decennio, fosse una parentesi tollerata, una deviazione da correggere con calma amministrativa.
La Siria post-Assad, o meglio post-Ba’ath, ripropone così uno schema antico: centralismo autoritario, nazionalismo esclusivo, repressione delle differenze. Cambiano i nomi – oggi Ahmed al-Sharaa, ieri Bashar al-Assad – ma la logica resta intatta. Ai curdi non viene chiesto di partecipare a un nuovo patto nazionale, bensì di sciogliersi, di consegnare le armi, di rinunciare all’esperienza del Rojava in cambio di promesse vaghe e incarichi simbolici. È la politica della resa mascherata da transizione.
Il dato più inquietante non è però solo la pressione di Damasco. È il silenzio, o peggio il disimpegno, di chi per anni ha definito le Forze democratiche siriane un alleato imprescindibile. Gli Stati Uniti, che hanno costruito la loro credibilità sul terreno proprio grazie ai curdi nella lotta contro lo Stato islamico, oggi voltano lo sguardo altrove. La “ragione esistenziale” delle Sdf, si dice, sarebbe conclusa. Come se l’Isis fosse un capitolo archiviato e non una minaccia pronta a riemergere, lo dimostrano le fughe dalle carceri di Hasakah e il caos del campo di al-Hol.
La tregua annunciata da Sana non è un segnale di pace, ma una sospensione armata. Sul terreno gli scontri continuano, l’assedio a Kobane stringe, l’acqua e le provviste scarseggiano. E mentre si discute di decreti sui “diritti dei curdi”, miliziani jihadisti riacquistano spazio, beneficiando del vuoto di potere e della fine di un controllo che, con tutti i suoi limiti, aveva garantito una relativa stabilità a una delle regioni più fragili del Medio Oriente.
Il Rojava non è stato solo un’esperienza militare. È stato un laboratorio politico: autogoverno locale, pluralismo etnico e religioso, centralità delle donne, convivenza tra curdi, arabi, assiri, ezidi. Un’anomalia, certo. Ma è proprio questa anomalia ad averlo reso intollerabile per tutti i poteri che vivono di ordine verticale, identità uniche, obbedienza. Distruggere il Rojava significa lanciare un messaggio che va oltre la Siria: non c’è spazio, in questa regione, per modelli alternativi.
I curdi lo sanno. Per questo la mobilitazione non è solo militare, ma popolare. Per questo la parola che ricorre nei loro racconti è unità. Unità tra cantoni, tra generazioni, oltre i confini tracciati dagli Stati. La loro non è una retorica romantica della resistenza, ma la consapevolezza di essere di nuovo soli davanti a una scelta binaria: integrazione senza diritti o autodifesa fino in fondo.
Quattro giorni, dunque. Quattro giorni che non misurano il tempo della politica, ma la distanza morale della comunità internazionale. Se la tregua servirà solo a preparare l’assalto finale, allora non sarà il Rojava ad aver fallito, ma l’ennesima promessa occidentale. E la storia, come spesso accade con i curdi, annoterà ancora una volta che avevano avvertito tutti. Mentre il mondo, ancora una volta, guardava altrove.
