Il sangue, le macerie, le menzogne e la pace sempre rinviata
A quattro anni dall’“operazione speciale” — nome di propaganda per una invasione su larga scala — la guerra in Ucraina non è solo una linea del fronte: è una ferita storica che ha cambiato l’Europa, la diplomazia, il linguaggio pubblico e perfino la coscienza morale dell’Occidente. Per un lettore cattolico, il dato più duro resta questo: mentre le cancellerie discutono mappe e garanzie, il conto vero continua a essere pagato dai civili, dai prigionieri, dai profughi, dai poveri.
L’ONU, attraverso la Missione ONU per i diritti umani in Ucraina, ha certificato (con conteggio prudente, dunque per difetto) oltre 15.172 civili uccisi e 41.378 feriti dall’inizio dell’invasione, con un peggioramento nel 2025 e all’inizio del 2026. Solo nel 2025, i civili uccisi sono stati almeno 2.526 e i feriti 12.162, con una crescita sensibile rispetto agli anni precedenti. E il dato più inquietante è che la guerra si è fatta sempre più “lunga” e “tecnologica”: missili, droni, munizioni circuitanti, attacchi sistematici alle reti energetiche e ai nodi logistici.
Sul terreno, la guerra resta una guerra di occupazione: fonti internazionali e stampa concordano che la Russia controlli circa un quinto del territorio ucraino. È su questa realtà — e non su slogan — che si infrangono i negoziati. I colloqui mediati dagli Stati Uniti a Ginevra, nelle ultime settimane, hanno confermato il punto decisivo: la terra (quali territori restano a chi) rimane lo scoglio principale, con aspettative di svolta molto basse. Zelensky continua a dire no a una pace che equivalga a una cessione imposta; Mosca insiste sulle proprie condizioni.
Intanto il tributo di sangue si allarga oltre le statistiche più visibili. L’OHCHR segnala non solo vittime da bombardamenti, ma anche un quadro gravissimo di violazioni del diritto umanitario: torture diffuse ai prigionieri ucraini in mano russa, esecuzioni documentate di militari catturati, abusi su detenuti civili, violenze sessuali legate al conflitto. E segnala anche violazioni compiute da parte ucraina su prigionieri russi, soprattutto nelle prime fasi del conflitto: un richiamo importante, perché la giustizia non può essere selettiva senza perdere credibilità morale.
Poi c’è il capitolo delle infrastrutture, che oggi significa vita quotidiana. Non solo ponti e strade, ma elettricità, riscaldamento, acqua, ferrovie. La Banca Mondiale, nell’aggiornamento RDNA5 pubblicato il 23 febbraio 2026, stima 195,1 miliardi di dollari di danni diretti, 666,7 miliardi di perdite economico-sociali e 587,7 miliardi di fabbisogno per ricostruzione e ripresa nei prossimi dieci anni. Nel solo settore energia, la pressione degli attacchi ha fatto crescere ancora i danni; nel settore trasporti i bisogni sono aumentati anche per l’intensificarsi degli attacchi a ferrovie e porti. In parallelo, l’ONU rileva che l’Ucraina ha perso oltre metà della capacità di generazione elettrica pre-invasione, con città intere rimaste senza riscaldamento per giorni nel cuore dell’inverno.
E qui si inserisce il capitolo che lei giustamente chiede di non omettere: attentati e sabotaggi. La guerra russo-ucraina è diventata anche una guerra “ibrida”, fatta di fronti secondari, intimidazione, sabotaggi logistici, operazioni coperte e disinformazione. Reuters ha riportato che in Polonia — su una linea ferroviaria strategica verso l’Ucraina — le autorità hanno indicato i servizi russi come probabili mandanti di un grave sabotaggio. Nello stesso tempo, in Ucraina, i vertici ferroviari parlano di attacchi russi sistematici alla rete ferroviaria, cioè alla spina dorsale della mobilità civile e militare. A ciò si aggiungono episodi di esplosioni e attentati locali in un clima di massima tensione, che moltiplicano paura e instabilità ben oltre il fronte.
Un altro fronte, meno visibile ma decisivo, è quello delle fake news. Questa guerra è stata — e resta — una guerra della manipolazione. Reuters l’ha definita la più grande guerra dell’era della disinformazione. Non è solo propaganda russa tradizionale: è una nebbia sistematica che contamina opinione pubblica, social, dibattito elettorale e perfino i rapporti fra alleati. Il caso più eclatante è stato lo scontro Trump-Zelensky del 2025, quando il presidente americano arrivò a definire Zelensky “dittatore senza elezioni”, mentre Kiev replicò parlando apertamente di “bolla di disinformazione” e ricordando che la legge marziale impedisce elezioni durante la guerra. A un anno di distanza, quel cortocircuito pesa ancora sui negoziati e sul modo in cui il conflitto viene raccontato.
Quanto agli aiuti militari, il quadro si è spostato. Il dato più netto che emerge dai centri di ricerca e dalle fonti NATO è che nel 2025 l’Europa ha aumentato lo sforzo, mentre il sostegno statunitense è diventato più incerto e condizionato politicamente. Il Kiel Institute segnala che nel 2025 gli aiuti militari europei sono cresciuti del 67% rispetto alla media 2022-2024, mentre NATO ricorda che gli Alleati hanno superato i 50 miliardi di euro di assistenza di sicurezza nel 2024 e hanno già impegnato altri 35 miliardi nel 2025. In altre parole: la guerra è sempre più europea, anche se la mediazione resta fortemente americana.
E i vari Stati? Qui la fotografia è mista, e va detta senza semplificazioni.
- Stati Uniti: spingono per un accordo rapido e mantengono un ruolo centrale di mediazione, ma con una pressione su Kiev che molti in Ucraina giudicano sbilanciata.
- Unione Europea: continua a rinnovare e discutere sanzioni, ma mostra fratture interne (il veto ungherese pesa) proprio mentre cerca di rafforzare il sostegno a Kiev.
- NATO e Paesi europei: restano il pilastro dell’assistenza di sicurezza; la stessa Alleanza sottolinea il ruolo crescente degli alleati europei e del Canada.
- Italia: sul piano politico-diplomatico continua a muoversi nel quadro euro-atlantico; sul piano morale e simbolico conta molto anche la voce della Santa Sede, che è diversa dalle logiche di blocco e parla alla coscienza prima che ai tavoli tecnici.
Ed eccoci al punto più propriamente ecclesiale.
Francesco e poi Leone
Se c’è una linea di continuità cattolica su questa guerra, è la difesa ostinata della pace senza ingenuità.
Papa Francesco, fin dall’inizio, ha scelto due registri insieme: la preghiera pubblica e l’iniziativa diplomatica. Il gesto più alto e simbolico resta l’atto del 25 marzo 2022, con la consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria: non evasione spirituale, ma lettura teologica della storia, cioè il rifiuto di lasciare la guerra al solo linguaggio dei generali. Poi è venuta la paziente diplomazia: l’invio del cardinale Matteo Zuppi come emissario per “aprire sentieri di pace”, lavorando su dossier concreti come prigionieri e minori.
Papa Leone XIV, raccogliendo quella eredità, ha mantenuto una linea altrettanto chiara: cessate il fuoco, dialogo, pace giusta e duratura. Negli ultimi giorni ha detto che la pace in Ucraina “non può essere rimandata”, e nel dicembre 2025 ha ricevuto Zelensky, tornando su due temi cruciali: il negoziato e il ritorno dei bambini ucraini portati in Russia. È una continuità pastorale e diplomatica notevole: cambia il Papa, non cambia la priorità evangelica.
Per un pubblico cattolico attento, la tentazione da evitare oggi è duplice.
La prima è la retorica bellicista, che trasforma tutto in “vittoria finale” e dimentica i volti.
La seconda è il pacifismo verbale, che dice “pace” ma non guarda all’ingiustizia concreta dell’occupazione, dei deportati, dei prigionieri torturati, delle città al buio.
La Chiesa, quando è fedele a se stessa, non benedice né la guerra né la resa morale. Ricorda piuttosto che la pace vera non è solo assenza di colpi d’artiglieria: è verità, giustizia, riparazione, custodia dei deboli. E per questo, nel quarto anniversario, il compito cristiano non è scegliere una narrazione comoda, ma restare dentro la realtà — con compassione, con rigore, con memoria.
Perché il rischio più grande, dopo quattro anni, non è solo l’escalation. È l’assuefazione.
