C’è stato un tempo in cui, nel cattolicesimo italiano, l’economia non era una disciplina tecnica ma una questione spirituale. Non si parlava anzitutto di crescita o di efficienza, ma di pane, di lavoro, di debiti, di relazioni giuste. Un tempo in cui l’economia aveva un volto, e quel volto era spesso francescano.

Prima delle encicliche, infatti, ci sono state le cose nuove: i Monti di Pietà nati per strappare i poveri all’usura, i Monti frumentari per garantire il grano nei tempi di carestia, le casse rurali, le cooperative, le forme di mutuo soccorso. Non erano idee astratte, ma risposte concrete a ferite reali. Lì la Dottrina sociale non era ancora scritta, ma vissuta.

È una lezione che la Chiesa non dovrebbe dimenticare: nel cristianesimo non sono le idee a fondare la realtà, ma la realtà a vagliare le idee. Il Verbo non si è fatto teoria, ma carne. E ogni volta che la fede ha smesso di incarnarsi nei processi economici e sociali, ha perso incisività.

La grande tradizione dell’Economia civile italiana, che affonda le radici nel Medioevo francescano e arriva fino ad Antonio Genovesi, aveva compreso che l’economia non riguarda solo l’utile individuale, ma la felicità pubblica. Non il profitto isolato, ma il bene comune. Non l’homo oeconomicus astratto, ma la persona in relazione.

Questa tradizione, però, si è spezzata. Nell’Ottocento, con la modernità e lo Stato unitario, l’economia ha scelto un’altra strada: ha separato il calcolo dalla morale, l’efficienza dalla giustizia, il mercato dalla fraternità. E la Chiesa, invece di custodire e rilanciare la propria eredità migliore, ha finito per smarrirla.

Quando arriva la Rerum novarum, essa nasce in un contesto segnato dalla paura della modernità: liberalismo, socialismo, libertà di coscienza vengono percepiti come minacce. Il ritorno a san Tommaso, promosso da Leone XIII, è una grande operazione teologica, ma viene spesso usato come baluardo difensivo, più che come ponte di dialogo. La Dottrina sociale cattolica prende forma, ma lo fa senza riallacciarsi davvero all’Economia civile e alla sapienza francescana.

Il risultato è una “terza via” che, nei fatti, diventa spesso una via cattolica al capitalismo, corretta sul piano morale ma accettata nella sua struttura di fondo. Il socialismo viene visto come il male assoluto; il capitalismo come il male minore, talvolta persino come un alleato. Le conseguenze le vediamo ancora oggi: una difficoltà strutturale del mondo cattolico a pensare l’economia come luogo di fraternità e non solo di regolazione.

Eppure, anche in quella lunga notte, lo Spirito non è rimasto inattivo. Comunità, cooperative, esperienze dal basso hanno continuato a generare economia buona senza attendere autorizzazioni teoriche. Come spesso accade nella storia della Chiesa, la profezia è rimasta più viva nelle pratiche che nei documenti.

La Dottrina sociale della Chiesa, quando è feconda, nasce sempre così: dalla carne della storia. Le encicliche non creano la realtà; la riconoscono, la illuminano, la accompagnano. Senza esperienze generative, restano carta. Senza comunità che vivono cose nuove, non c’è parola che tenga.

Forse oggi, più che attendere nuove sintesi teoriche, siamo chiamati a un atto di memoria e di conversione: ritrovare il filo francescano della nostra tradizione, tornare a pensare l’economia come spazio di relazione, di limite, di cura. Tornare a credere che anche il mercato possa essere evangelizzato, non con prediche, ma con forme di vita alternative.

Perché la Dottrina sociale non nasce nei laboratori, ma nelle ferite. E l’inchiostro che ha cambiato davvero la storia non è mai stato solo quello dei documenti, ma la vita donata di uomini e donne che hanno creduto che l’economia potesse essere, ancora, una forma di fraternità.