C’è un confine sottile, nella storia della Chiesa, tra memoria e celebrazione, tra arte sacra e messaggio politico, tra ciò che edifica la fede e ciò che la distrae. Il caso del volto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, raffigurato come angelo in un dipinto della basilica di San Lorenzo in Lucina e poi rimosso nel giro di pochi giorni, ha riportato alla luce una questione antica, che periodicamente riemerge con forme sempre nuove: chi può abitare le immagini del sacro, e a quale titolo.

La vicenda, nella sua dinamica quasi grottesca, dice molto più di quanto sembri. Prima la scoperta dell’affresco “ritoccato”, poi le smentite, le mezze ammissioni, infine la decisione della Curia romana di cancellare quel volto. “Me l’ha chiesto il Vaticano”, ha spiegato il restauratore Bruno Valentinetti, dopo aver inizialmente negato l’evidenza. La scelta è maturata in poche ore, al termine di un confronto tra il cardinale Baldo Reina, il parroco don Daniele Micheletti, il Vicariato, la Soprintendenza e il Fondo edifici di culto. La motivazione ufficiale è limpida: l’immagine non era conforme all’iconografia originaria né al contesto liturgico, e rischiava una strumentalizzazione impropria.

Ma ridurre tutto a un incidente tecnico o a una leggerezza artistica sarebbe un errore. Perché la Chiesa conosce bene questo problema, e lo ha affrontato più volte nei secoli.

Il precedente: quando il potere entrava nelle chiese

Per lunghi tratti della storia europea, papi, vescovi, sovrani e benefattori sono entrati nelle chiese da vivi, sotto forma di ritratti, stemmi, affreschi votivi. Talvolta in ginocchio, talvolta ai margini della scena sacra, talvolta – nei casi più discutibili – con tratti che rasentavano l’autocelebrazione. Anche uomini di Chiesa ancora in vita sono stati raffigurati, specie come committenti, in atteggiamento devoto ma riconoscibile. Era un linguaggio condiviso, figlio di un’epoca in cui il legame tra potere, committenza e sacro era strutturale.

Ma proprio per questo, la Chiesa ha progressivamente imparato a porre argini. Con il Concilio di Trento prima, con la riforma liturgica e la sensibilità moderna poi, si è chiarito un principio: l’arte sacra non è il luogo dell’attualità né dell’identificazione politica, ma uno spazio simbolico ordinato alla liturgia e alla contemplazione. Il volto del potere, soprattutto se contingente, finisce per invecchiare l’opera e per dividere la comunità.

Il parroco di San Lorenzo in Lucina lo ha detto con semplicità disarmante: anche se l’opera fosse stata formalmente legittima, aveva creato divisione. E questo, per una chiesa, è già un criterio decisivo.

Quando la chiesa diventa un set

C’è poi un elemento che ha pesato più di quanto si sia detto: il disagio crescente della comunità credente. Nei giorni della polemica, San Lorenzo in Lucina è diventata meta di un pellegrinaggio improprio. Non fedeli in silenzio, non persone raccolte nella preghiera, ma curiosi, smartphone alzati, commenti a mezza voce, risate, selfie. La chiesa trasformata in sfondo, l’altare in contorno, il sacro ridotto a pretesto.

È qui che il problema diventa pastorale prima ancora che artistico. Una chiesa non è un museo, e nemmeno un’installazione contemporanea. Se l’immagine distrae dalla liturgia, se genera clamore invece che raccoglimento, allora ha già fallito il suo scopo. In questo senso, la rimozione non è stata una resa alla polemica, ma un atto di igiene spirituale: restituire allo spazio sacro la sua funzione primaria, sottraendolo allo sguardo curioso di chi entrava non per fede, ma per vedere “il caso”.

Francesco e il rifiuto della statua

Non è un caso che il confronto più eloquente venga da papa Francesco. Quando era arcivescovo di Buenos Aires, una statua che lo ritraeva era già pronta. Era stata pensata come omaggio, forse come segno di affetto. Francesco la rifiutò. Non per iconoclastia, ma per una convinzione precisa: la Chiesa non celebra se stessa, e men che meno le persone viventi. Quel gesto, rimasto poco raccontato, è una chiave interpretativa potente anche per il caso romano.

Francesco ha sempre diffidato dell’uso simbolico delle immagini quando diventano specchi del potere invece che finestre sull’Altro. Non perché la Chiesa debba essere invisibile nello spazio pubblico, ma perché la sua visibilità non passa per la sacralizzazione dell’autorità politica.

Un’ultima ironia

Alla fine resta un affresco, privato di quel volto che per qualche giorno aveva catalizzato attenzione e clamore. E resta una frase pronunciata con leggerezza dalla premier: «Vi sembro un angelo?».

La tradizione cristiana, più antica e più sottile, suggerisce una risposta meno ingenua. Anche il demonio, ricordano i Padri della Chiesa, era un angelo. Un angelo luminoso, intelligente, potente. Poi è caduto, proprio quando ha confuso la luce con se stesso.

Forse, più che chiederci se qualcuno sembra un angelo, converrebbe ricordare che gli angeli, nel cristianesimo, non si ritraggono da soli. Servono. E quando smettono di farlo, smettono di essere ciò che erano.