Israele da inizio 2026 blocca le organizzazioni umanitarie a Gaza

C’è un momento, nelle vicende della storia, in cui la violenza smette di presentarsi come evento improvviso e si manifesta invece come procedura, come atto amministrativo, come regolamento. È in quel momento che il male diventa più pericoloso, perché si traveste da normalità.

La decisione israeliana di bloccare, a partire dall’inizio del 2026, le attività di decine di grandi organizzazioni umanitarie internazionali nella Striscia di Gaza appartiene precisamente a questa categoria: non un bombardamento, non un raid, ma una firma su un regime di licenze. Eppure l’effetto è altrettanto devastante.

Sospendere le licenze operative a 37 organizzazioni che costituiscono l’ossatura stessa della risposta umanitaria – da Medici Senza Frontiere a Oxfam, dal Norwegian Refugee Council a CARE e all’International Rescue Committee – significa recidere deliberatamente i canali della sopravvivenza. Non si tratta di burocrazia: è una strategia. E come ogni strategia che colpisce acqua, cibo, cure mediche e protezione dei civili, essa rientra pienamente nella logica della distruzione per soffocamento.

Il nuovo regime di registrazione imposto da Israele va ben oltre qualsiasi legittima supervisione amministrativa. Esso introduce criteri punitivi legati alle posizioni politiche delle organizzazioni, o persino dei singoli membri del personale; obbliga alla consegna di dati sensibili su operatori – in particolare palestinesi – reti, finanziamenti, movimenti sul campo. In altre parole, trasforma l’accesso umanitario in uno strumento di controllo securitario, minando il principio di neutralità e mettendo a rischio diretto le persone.

Il risultato non è teorico. È misurabile. Una struttura sanitaria su tre destinata alla chiusura. Tutti i centri di trattamento della malnutrizione acuta grave dipendenti da queste ONG. Sistemi idrici e di desalinizzazione senza manutenzione. Farmaci salvavita bloccati fuori da Gaza. Per centinaia di migliaia di persone, quelle organizzazioni rappresentano l’ultima linea tra la vita e la morte. Eliminarle equivale a creare intenzionalmente condizioni di vita invivibili.

È qui che la questione supera il piano umanitario e diventa giuridica e morale. La Corte internazionale di giustizia, il 28 marzo 2024, ha imposto a Israele misure provvisorie vincolanti: facilitare senza indugio l’assistenza umanitaria, garantire servizi di base, proteggere la popolazione civile. La decisione di gennaio 2026 va nella direzione opposta. Non solo viola il diritto internazionale umanitario, ma svuota di significato l’intero sistema di responsabilità internazionale, trasformando il rispetto della legge in motivo di sanzione.

C’è poi un aspetto meno visibile, ma altrettanto decisivo: il silenzio. Gli operatori umanitari internazionali non sono solo soccorritori; sono testimoni. Medici, infermieri, tecnici, logisti vedono, documentano, riferiscono. Registrano ferite ricorrenti, carenze sistemiche, segni di carestia. La loro presenza rompe l’isolamento. Rimuoverli significa monopolizzare la narrazione, spegnere gli sguardi indipendenti, ridurre Gaza a una zona opaca, senza osservatori credibili.

La contraddizione è lampante: Israele ha sostenuto che, ridimensionata l’UNRWA, le ONG internazionali avrebbero potuto fungere da “alternative”. Ora che quelle stesse alternative vengono espulse, cade anche l’ultimo velo. Non si tratta di sicurezza, né di procedure. Si tratta di prosciugare deliberatamente l’aiuto, di rendere la sopravvivenza impossibile, di spingere una popolazione allo spostamento forzato come fatto compiuto.

A questo punto, le rituali “espressioni di preoccupazione” della comunità internazionale suonano vuote. Se il diritto internazionale è ancora qualcosa di più di un lessico decorativo, allora servono atti vincolanti: dichiarare illegittima questa decisione, imporne la revoca immediata, garantire accesso umanitario reale e continuo. E, se necessario, adottare misure politiche ed economiche mirate contro i responsabili.

Perché quando il soccorso viene criminalizzato, quando la cura diventa sospetta, quando l’acqua e il pane sono trattati come concessioni revocabili, non siamo più davanti a una crisi umanitaria. Siamo davanti a una scelta di civiltà. E il giudizio della storia, su questo, difficilmente sarà indulgente.