La Porta Santa si chiude, ma ciò che davvero conta, in questa Epifania, è ciò che non può più richiudersi. Leone XIV ha scelto parole che non celebrano una conclusione, bensì una soglia permanente: quella tra un ordine che teme il nuovo e una speranza che nasce proprio nel turbamento.

Il Papa parte da un dettaglio evangelico spesso trascurato: la gioia dei Magi e il turbamento di Erode e di Gerusalemme. Due reazioni opposte alla stessa manifestazione di Dio. Da una parte chi si mette in cammino, dall’altra chi difende il già dato. È qui che l’Epifania smette di essere una scena natalizia rassicurante e diventa una chiave di lettura della storia: Dio si rivela e nulla rimane come prima.

C’è una frase dell’omelia che pesa come un macigno: Gerusalemme, città dei nuovi inizi, è turbata. Non lo è il deserto, non lo sono i lontani, ma il centro religioso, coloro che “studiano le Scritture” e pensano di avere già tutte le risposte. È una critica sottile e potente, che riguarda anche la Chiesa di oggi: quando la fede smette di farsi domanda, diventa paura.

Il Papa non indulge in facili consolazioni. Ricorda che i pellegrini di questo Giubileo – milioni di uomini e donne che hanno attraversato la Porta Santa – non sono stati semplici visitatori. Sono stati cercatori. Magi contemporanei. Persone che hanno accettato il rischio del viaggio in un mondo “respingente e pericoloso”. Qui l’immagine antica dell’homo viatortorna con forza: la vita non come possesso, ma come cammino.

E allora la domanda diventa bruciante: che cosa hanno trovato varcando la soglia della Chiesa? Cuori aperti o porte solo fisiche? Accoglienza o efficienza? Vita o apparato? Leone XIV non accusa, ma interroga. E nell’interrogare, espone la Chiesa a un giudizio evangelico severo: c’è vita nelle nostre comunità? C’è spazio per ciò che nasce?

Il contrasto tra Erode e i Magi diventa poi una lettura del presente. Erode è il potere che teme di perdere il controllo, che prova a piegare la ricerca al proprio vantaggio, che mente perché la paura acceca. I Magi, invece, rappresentano una gioia che libera, una prudenza audace, una creatività che non ripete strade già percorse. Non è difficile riconoscere, dietro queste figure, le tensioni del nostro tempo: tra chi difende troni e chi cerca senso.

Colpisce anche l’avvertimento contro una “economia distorta” che trasforma tutto in prodotto, persino il desiderio umano di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Il Giubileo, dice il Papa, ci ha educati a fuggire quell’efficienza che riduce l’uomo a consumatore. È una critica culturale profonda, che tocca il cuore del capitalismo contemporaneo e il rischio di una spiritualità mercificata.

E poi Betlemme. Non il tempio, non la reggia. Il luogo umile. Il Bene senza prezzo. L’Epifania della gratuità. In un mondo che misura tutto, Dio si fa trovare dove nulla sembra “strategico”. Quante città, quante comunità, quante persone avrebbero bisogno di sentirsi dire: non sei davvero l’ultima. È qui che l’omelia si fa consolazione senza sentimentalismo e profezia senza violenza.

Alla fine, l’invito è limpido: continuare a essere pellegrini di speranza. Non trasformare le chiese in monumenti, né le comunità in apparati. Resistere alle lusinghe dei potenti. Accettare di essere una “generazione dell’aurora”: non quella che possiede la luce, ma quella che la precede.

La Porta Santa si chiude. Ma la stella resta visibile. E chi, come i Magi, ha il coraggio di uscire dalle regge e dai templi, potrà ancora rivederla. Perché Dio, come ricorda Leone XIV, non smette di camminare. E chi prova a trattenerlo, come Erode, finisce sempre per perdersi.

La Porta Santa si chiude, ma ciò che davvero conta, in questa Epifania, è ciò che non può più richiudersi. Leone XIV ha scelto parole che non celebrano una conclusione, bensì una soglia permanente: quella tra un ordine che teme il nuovo e una speranza che nasce proprio nel turbamento.

Il Papa parte da un dettaglio evangelico spesso trascurato: la gioia dei Magi e il turbamento di Erode e di Gerusalemme. Due reazioni opposte alla stessa manifestazione di Dio. Da una parte chi si mette in cammino, dall’altra chi difende il già dato. È qui che l’Epifania smette di essere una scena natalizia rassicurante e diventa una chiave di lettura della storia: Dio si rivela e nulla rimane come prima.

C’è una frase dell’omelia che pesa come un macigno: Gerusalemme, città dei nuovi inizi, è turbata. Non lo è il deserto, non lo sono i lontani, ma il centro religioso, coloro che “studiano le Scritture” e pensano di avere già tutte le risposte. È una critica sottile e potente, che riguarda anche la Chiesa di oggi: quando la fede smette di farsi domanda, diventa paura.

Il Papa non indulge in facili consolazioni. Ricorda che i pellegrini di questo Giubileo – milioni di uomini e donne che hanno attraversato la Porta Santa – non sono stati semplici visitatori. Sono stati cercatori. Magi contemporanei. Persone che hanno accettato il rischio del viaggio in un mondo “respingente e pericoloso”. Qui l’immagine antica dell’homo viatortorna con forza: la vita non come possesso, ma come cammino.

E allora la domanda diventa bruciante: che cosa hanno trovato varcando la soglia della Chiesa? Cuori aperti o porte solo fisiche? Accoglienza o efficienza? Vita o apparato? Leone XIV non accusa, ma interroga. E nell’interrogare, espone la Chiesa a un giudizio evangelico severo: c’è vita nelle nostre comunità? C’è spazio per ciò che nasce?

Il contrasto tra Erode e i Magi diventa poi una lettura del presente. Erode è il potere che teme di perdere il controllo, che prova a piegare la ricerca al proprio vantaggio, che mente perché la paura acceca. I Magi, invece, rappresentano una gioia che libera, una prudenza audace, una creatività che non ripete strade già percorse. Non è difficile riconoscere, dietro queste figure, le tensioni del nostro tempo: tra chi difende troni e chi cerca senso.

Colpisce anche l’avvertimento contro una “economia distorta” che trasforma tutto in prodotto, persino il desiderio umano di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Il Giubileo, dice il Papa, ci ha educati a fuggire quell’efficienza che riduce l’uomo a consumatore. È una critica culturale profonda, che tocca il cuore del capitalismo contemporaneo e il rischio di una spiritualità mercificata.

E poi Betlemme. Non il tempio, non la reggia. Il luogo umile. Il Bene senza prezzo. L’Epifania della gratuità. In un mondo che misura tutto, Dio si fa trovare dove nulla sembra “strategico”. Quante città, quante comunità, quante persone avrebbero bisogno di sentirsi dire: non sei davvero l’ultima. È qui che l’omelia si fa consolazione senza sentimentalismo e profezia senza violenza.

Alla fine, l’invito è limpido: continuare a essere pellegrini di speranza. Non trasformare le chiese in monumenti, né le comunità in apparati. Resistere alle lusinghe dei potenti. Accettare di essere una “generazione dell’aurora”: non quella che possiede la luce, ma quella che la precede.

La Porta Santa si chiude. Ma la stella resta visibile. E chi, come i Magi, ha il coraggio di uscire dalle regge e dai templi, potrà ancora rivederla. Perché Dio, come ricorda Leone XIV, non smette di camminare. E chi prova a trattenerlo, come Erode, finisce sempre per perdersi.