Uno studio comparato della retorica di guerra di tre leader mondiali controversi
Le dichiarazioni di Donald Trump successive alla cattura di Nicolás Maduro e ai bombardamenti in Venezuela offrono un caso di studio emblematico per comprendere come la comunicazione politica contemporanea costruisca consenso attraverso la paura, la disumanizzazione del nemico e la sospensione simbolica del diritto. Il confronto con le retoriche di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu permette di individuare tre modelli distinti ma convergenti di legittimazione della violenza: carismatica, storicista ed emergenziale. L’articolo analizza tali modelli dal punto di vista psicologico e comunicativo, evidenziandone i meccanismi profondi e i rischi sistemici.
La comunicazione come atto performativo
Nella psicologia della comunicazione politica, il linguaggio non è mai solo descrittivo: è performativo, cioè produce realtà. Le parole non raccontano semplicemente ciò che accade, ma creano cornici emotive che orientano la percezione collettiva e rendono accettabili decisioni altrimenti inaccettabili.
Le parole di Trump – “mostri”, “animali”, “feccia”, “terroristi inviati da Maduro” – non informano: attivano. Attivano paura, rabbia, senso di minaccia. In questo senso, la comunicazione precede e giustifica l’azione militare, non la segue. La guerra, prima ancora che nei cieli di Caracas, è combattuta nel linguaggio.
Trump: la retorica della disumanizzazione immediata
Dal punto di vista psicologico, la retorica trumpiana si colloca in un registro pre-riflessivo. È una comunicazione che parla direttamente alle emozioni primarie, saltando i filtri cognitivi complessi.
Tre elementi sono centrali:
Disumanizzazione del nemico. L’uso sistematico di metafore animali (“mostri”, “animali”) colloca l’avversario fuori dall’umanità morale. In psicologia sociale, questo meccanismo è ben noto: ciò che non è umano non gode di diritti. La violenza, così, non è più un problema etico ma una necessità igienica.
Personalizzazione del male. Maduro non è un capo di Stato, ma l’origine di ogni male: droga, stupri, criminalità, terrorismo. Questo riduce la complessità geopolitica a una narrazione binaria: bene contro male.
Leadership salvifica. Trump si presenta come colui che “ha salvato” città, confini, cittadini. È una comunicazione messianica secolare: il leader come unico argine al caos.
Psicologicamente, questo modello rafforza una dipendenza affettiva dal leader, percepito come protettore indispensabile.
Putin: la sacralizzazione della storia
La retorica di Vladimir Putin opera su un piano diverso, più lento e profondo. Se Trump parla al sistema limbico, Putin parla alla memoria collettiva.
Il nemico, nel discorso putiniano, non è tanto un criminale quanto un traditore della storia: “nazista”, “agente dell’Occidente”, “corrotto moralmente”. Qui la disumanizzazione non è biologica, ma morale e identitaria.
Dal punto di vista psicologico: la violenza viene interiorizzata come dovere storico; la guerra è narrata come inevitabile, quasi naturale; il leader assume il ruolo di custode della civiltà.
Questo modello produce consenso non attraverso l’urgenza, ma attraverso la rassegnazione: se la storia lo impone, opporsi è inutile o immorale.
Netanyahu: la razionalizzazione dell’emergenza
La comunicazione di Benjamin Netanyahu rappresenta un terzo modello, più tecnico e istituzionale. Il nemico non è descritto come feccia né come traditore metafisico, ma come minaccia esistenziale permanente.
Dal punto di vista comunicativo: il linguaggio è più misurato; abbondano dati, mappe, dossier; la violenza è sempre presentata come difensiva.
Psicologicamente, questo produce un clima di ansia cronica normalizzata: la guerra non è un’eccezione, ma una condizione strutturale. Il cittadino non è chiamato a odiare, ma ad accettare.
È il modello della sicurezza permanente, dove il diritto viene sospeso non per arbitrio, ma per necessità.
Tre modelli, un esito comune
Nonostante le differenze, i tre leader condividono un esito comunicativo comune: la neutralizzazione del dissenso morale.
In Trump si vuole attivare la paura e rabbia con un meccanismo di disumanizzazione.
In Putin si attiva orgoglio e fatalismo con la sacralizzazione della storia.
In Netanhyahu si incute ansia e vigilanza sotto forma di razionalizzazione.In tutti e tre i casi, la guerra diventa narrativamente inevitabile. Non è più una scelta politica, ma una risposta obbligata a un mondo pericoloso.
In tutti e tre i casi, la guerra diventa narrativamente inevitabile. Non è più una scelta politica, ma una risposta obbligata a un mondo pericoloso.
Il rischio sistemico: quando il linguaggio precede il diritto
Dal punto di vista della psicologia della comunicazione democratica, il rischio maggiore è uno:
quando il linguaggio anticipa e sostituisce il diritto, la deliberazione viene meno.
Trump lo afferma esplicitamente (“non ci costerà nulla”, “gestiremo il Paese”); Putin lo maschera come necessità storica; Netanyahu lo giustifica come emergenza. Ma il risultato è analogo: la forza diventa criterio di verità.
La comunicazione di guerra non è un effetto collaterale del potere: ne è uno strumento centrale. Trump, Putin e Netanyahu rappresentano tre stili diversi di una stessa dinamica: rendere la violenza dicibile, accettabile, persino morale.
In un tempo in cui le parole preparano i bombardamenti, la responsabilità etica della comunicazione non è un tema secondario, ma una questione di sopravvivenza democratica.
Perché, come insegna la psicologia sociale, prima si vince il linguaggio, poi si vince la guerra.
