La voce del Papa nella notte
C’è qualcosa di antico e di ostinato nel gesto di radunarsi a pregare mentre il mondo brucia. Lo sapevano i monaci che copiavano manoscritti durante le invasioni barbariche, lo sapevano le madri che accendevano candele sui davanzali mentre i figli partivano per i fronti di ogni epoca. Lo sa, evidentemente, anche Leone XIV, che sabato sera ha presieduto una veglia di preghiera in San Pietro chiedendo la pace con la semplicità quasi spiazzante di chi non ha paura di sembrare fuori tempo.
Fuori tempo, già. Perché invocare il rosario — quella preghiera lenta, iterativa, quasi ostinata nella sua ripetizione — nell’era dei droni e delle guerre algoritmiche ha tutta l’aria di un anacronismo. Eppure il Pontefice ha trovato proprio in quella lentezza il suo argomento più acuto: la pace si fa spazio parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia. È una risposta alla velocità come categoria morale del nostro tempo, all’accelerazione che — ha detto — «non sa cosa rincorre».
Il discorso papale è attraversato da una tensione che non si risolve, e che per questo risulta onesta. Da un lato la preghiera come atto politico, quasi rivoluzionario — la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte. Dall’altro la consapevolezza lucida che i governanti siedono ai tavoli dove si pianifica il riarmo, e che da lì non si alzano facilmente per via di qualche Ave Maria recitata in piazza. Leone XIV non nasconde il paradosso: lo abita. E nell’abitarlo recupera una lunga tradizione di papi che hanno parlato alla storia sapendo di non comandarla — da Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo II a Francesco, tutti citati come testimoni di una parola che rimane, anche quando non viene ascoltata.
Colpisce, in questo testo, l’assenza di diplomazia nel senso corrente del termine. Non ci sono equilibrismi geopolitici, non ci sono «da una parte e dall’altra». C’è invece una denuncia diretta dell’«idolatria di sé stessi e del denaro», dell’«esibizione della forza», del delirio di onnipotenza che destabilizza gli equilibri della famiglia umana. E c’è, inattesa nella sua tenerezza, la menzione delle lettere dei bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Quella frase vale più di molti comunicati diplomatici.
Si potrà discutere se la preghiera basti, se la Chiesa abbia fatto sempre quanto predicava, se il rosario in piazza San Pietro cambi qualcosa nei bunker dove si decidono le offensive. Sono obiezioni legittime, e il Papa stesso le anticipa quando dice che la preghiera non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità. Ma c’è un livello al quale questo genere di gesti funziona indipendentemente dalla sua efficacia immediata: il livello del simbolico, che non è il livello del futile. Tenere aperta, visibile, pubblica la possibilità della pace — dirle che esiste, che ha un nome, che milioni di persone la scelgono ogni giorno nelle case e nelle scuole e nei quartieri — è già un atto di resistenza in un’epoca che tende a presentare la guerra come destino inevitabile, come dato naturale, come lo stato normale delle cose.
In fondo, è questo il compito più antico della parola: nominare ciò che si rischia di dimenticare.
