Nella prima Veglia pasquale del suo pontificato, Leone XIV ha legato la Risurrezione alla pace, alla riconciliazione e al coraggio di rotolare le pietre del nostro tempo
Non è stata un’omelia di pura consolazione, né una meditazione disincarnata sulla vittoria della vita sulla morte. Nella Veglia pasquale del 4 aprile 2026 Leone XIV ha fatto qualcosa di più esigente: ha annunciato la Risurrezione come forza concreta capace di “dissipare l’odio”, “piegare la durezza dei potenti” e far fiorire “concordia e pace”. E ha detto alla Chiesa che la Pasqua non si celebra davvero se non diventa responsabilità storica.
C’è una parola che, più di altre, ha attraversato la Veglia pasquale di Leone XIV: missione. Non una Pasqua da custodire nel perimetro della devozione, ma una Pasqua da portare nel mondo. Fin dall’inizio, richiamando l’Exsultet, il Papa ha insistito sul “santo mistero di questa notte” che non si limita a consolare i credenti, ma entra nelle relazioni umane, nella storia, perfino nei rapporti di forza: dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace. È difficile immaginare una formula più netta per dire che la Risurrezione non riguarda soltanto il destino ultimo dell’uomo, ma il modo in cui si costruisce già ora la convivenza degli uomini.
Il tratto più bello di questa omelia è forse proprio qui: nella capacità di tenere insieme il cosmo e la carne, la creazione e il perdono, la liturgia e le ferite del presente. Leone XIV ha ripercorso la grande trama della salvezza, dalla Genesi al mare attraversato da Israele, dai profeti alla tomba vuota, mostrando come Dio risponda al peccato che divide e uccide con una ostinata potenza d’amore che unisce e ridona vita. Non c’è, nelle sue parole, alcuna ingenuità. C’è anzi la coscienza che il male è reale, che il peccato pesa come una pietra sull’imboccatura del sepolcro, che la storia conosce ancora schiavitù, durezza, paura, violenza. Ma proprio per questo la Pasqua è presentata non come evasione, bensì come principio di trasformazione.

Il Papa ha scelto di leggere il mattino di Pasqua a partire dalle donne del Vangelo di Matteo. È una scelta teologicamente limpida e, insieme, umanamente potentissima. Maria di Magdala e l’altra Maria vanno al sepolcro aspettandosi una pietra, dei soldati, una chiusura. Trovano invece una soglia spalancata. Leone XIV sembra suggerire che la fede comincia spesso così: non quando tutto è chiaro, ma quando si cammina verso ciò che appare sigillato. La fede non nega la pietra; la attraversa. Non ignora la paura; la sfida. Non finge che il male non custodisca i propri sepolcri; annuncia che nessun sepolcro è l’ultima parola.
È in questo punto che l’omelia ha smesso di essere soltanto commento biblico ed è diventata lettura del presente. “Non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire”, ha detto il Papa, e ha subito nominato le pietre che li chiudono: la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; e poi, come conseguenza di quelle interiori, la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. È un passaggio che merita di essere ascoltato con attenzione, perché restituisce alla predicazione pasquale la sua statura civile e spirituale insieme. Il sepolcro non è solo la metafora del cuore chiuso. È anche il nome di sistemi storici che imprigionano la speranza.
In questo senso Leone XIV ha pronunciato un’omelia insieme classica e attualissima. Classica, perché tutta costruita sulla grande sintassi della salvezza cristiana: creazione, peccato, promessa, liberazione, compimento, Risurrezione. Attualissima, perché quel linguaggio non è rimasto astratto ma si è misurato con il nostro tempo ferito. Nella Pasqua di quest’anno non c’è stata la retorica di una pace generica e disincarnata. C’è stato piuttosto l’invito a non lasciarsi paralizzare da ciò che sembra inamovibile. È una sfumatura decisiva. La pace, per Leone XIV, non è sentimento. È un’opera pasquale: nasce dal coraggio di rotolare pietre.
Per questo la liturgia battesimale è apparsa come il cuore vivo della celebrazione. Dieci adulti, provenienti da diversi Paesi — cinque dalla diocesi di Roma, due dal Portogallo, due dalla Gran Bretagna e uno dalla Corea — hanno ricevuto il Battesimo e la Confermazione nella notte di Pasqua. Non è un dettaglio di colore. È il segno che la Chiesa, anche dentro una stagione europea spesso descritta soltanto in termini di declino, continua a generare nuovi inizi. E il Papa ha sottolineato con parole nette che questi fratelli e sorelle, dopo il lungo cammino del catecumenato, “rinascono in Cristo per essere creature nuove, testimoni del Vangelo”.
Qui si apre forse il punto più controcorrente dell’intera celebrazione. In un’epoca che confonde spesso la novità con la rottura e la libertà con la dispersione, questi nuovi battezzati dicono l’opposto: che esiste ancora un desiderio di forma, di verità, di appartenenza, di inizio. Non si tratta di un ritorno sentimentale al passato, ma di una scelta adulta dentro il presente. In un continente che si racconta sazio e secolarizzato, il catecumenato di adulti appare come una domanda riemersa dal fondo: che cosa può ancora dare senso alla vita? La Pasqua, nella Basilica di San Pietro, non ha risposto con una teoria, ma con dei volti.
C’è poi un altro tratto, tipicamente agostiniano, che ha attraversato l’omelia: l’idea che il cristiano debba “cantare con la vita” l’alleluia che proclama con le labbra. Leone XIV non ha voluto una Chiesa pasquale chiusa nel compiacimento della propria liturgia. Ha voluto una Chiesa in uscita dall’assemblea per portare a tutti la buona notizia che Gesù è risorto. E l’ha detto con una formula che merita di restare: risorti con Lui, anche noi possiamo dar vita a un mondo nuovo, di pace e di unità. Non c’è qui nessun facile progressismo religioso. C’è il nucleo del cristianesimo: la Risurrezione come responsabilità comunitaria.
L’elzeviro, però, deve forse fermarsi soprattutto su una parola che oggi risuona più scandalosa di quanto sembri: speranza. Non la speranza come ottimismo psicologico, ma come virtù che sa guardare una pietra e non idolatrarla. Leone XIV ha ricordato che tanti uomini e donne, nei secoli, hanno saputo rotolare via pietre enormi “magari con molta fatica, a volte a costo della vita”, ma con frutti di bene di cui ancora beneficiamo. È una frase che allarga la Pasqua fino alla storia dei santi, dei giusti, dei martiri della carità, dei costruttori di riconciliazione. La Risurrezione non abolisce la fatica del bene; la rende feconda.
In definitiva, la prima grande Pasqua di Leone XIV ha mostrato un tratto già riconoscibile del suo magistero: la volontà di parlare a una Chiesa che prega senza dimenticare il mondo, e a un mondo che soffre senza sapere più dove cercare luce. Il Papa non ha ridotto la Risurrezione a un messaggio intimista, né l’ha trasformata in slogan sociale. L’ha tenuta nel suo centro: Cristo vince la morte e, proprio per questo, apre nella storia una possibilità nuova di pace, di unità, di riconciliazione. È il contrario dell’evasione spirituale. È il massimo del realismo cristiano.
E forse il senso ultimo di questa Veglia sta tutto qui: il sepolcro non è negato, ma aperto; la pietra non è ignorata, ma rovesciata; la paura non è derisa, ma visitata da una Presenza più forte. In un tempo che sembra avere smarrito sia l’innocenza sia l’attesa, Leone XIV ha ricordato che la Pasqua non è il diritto di sentirsi rassicurati. È la grazia di ricominciare.

Dieci nuovi battezzati, provenienti da Italia, Portogallo, Gran Bretagna e Corea, hanno dato alla notte di San Pietro il volto semplice e forte di una Chiesa che ancora genera. Ma il Papa ha guardato anche oltre la Basilica: ai sepolcri interiori della paura e del rancore, e a quelli collettivi della guerra, dell’ingiustizia e della chiusura fra i popoli.
