Ad Assisi, l’ostensione delle spoglie di san Francesco richiama centinaia di migliaia di pellegrini e smaschera la grande idolatria del nostro tempo: l’apparenza. Nel secolo dell’immagine, è un corpo fragile, povero, non “vincolato al culto di sé”, a continuare ad attrarre il mondo.
C’è qualcosa di profondamente controcorrente, e perciò potentissimo, nell’ostensione di san Francesco ad Assisi.
In un’epoca che vive sotto la tirannia dell’immagine, si mettono in fila centinaia di migliaia di persone non per una performance, non per un volto patinato, non per un mito mediatico, ma per sostare davanti a delle ossa. Oltre 370mila pellegrini, più di 400 volontari, un mese di venerazione nella Basilica: numeri enormi, eppure il vero dato non è statistico. È spirituale e antropologico. Dice che il cuore dell’uomo, anche oggi, continua a riconoscere l’autenticità.
Monsignor Felice Accrocca, novello vescovo di Assisi e appassionato studioso di S. Francesco, coglie il punto con intelligenza pastorale: quelle spoglie non attraggono per ciò che mostrano, ma per ciò che rimandano. Rimandano a una vita consumata come dono, a una forma cristiana capace di attraversare otto secoli senza perdere forza. E infatti l’ostensione, nel contesto dell’ottavo centenario della morte del Santo, non è un’operazione archeologica o devozionale in senso stretto. È una domanda rivolta al presente. Perché Francesco continua ad attirare “il mondo” oggi come ieri?
La risposta è scandalosa, nel senso evangelico del termine, perché smentisce il nostro linguaggio dominante.
Francesco non aveva nulla dei codici vincenti dell’apparire. Le fonti antiche — da Tommaso da Celano fino alle testimonianze più ruvide — insistono su un tratto anti-eroico, quasi disarmante: piccolo, magro, dimesso, povero, privo di quella presenza fisica che nel Medioevo come oggi facilita consenso e fascinazione. Non era un santo “fotogenico”, per dirla con una parola contemporanea. E proprio per questo il suo successo spirituale resta ancora più eloquente: non si spiega con la forma, ma con la sostanza.
È qui che l’ostensione diventa un atto critico verso la nostra civiltà.
Il nostro tempo attribuisce valore all’involucro: al corpo esibito, all’abito giusto, alla postura pubblica, al profilo da costruire e difendere. Francesco, invece, continua a dire il contrario: la persona vale per il cuore, non per la superficie; per ciò che dona, non per ciò che ostenta. Le sue ossa, paradossalmente, parlano contro il culto dell’immagine più di tanti discorsi. Sono una predicazione silenziosa. Una predicazione che arriva precisamente là dove il rumore mediatico non riesce più ad arrivare.
Per questo il dettaglio dei numeri — 370mila e oltre — non va letto come record, ma come sintomo.
Sintomo di una fame. Sintomo di una ricerca. Sintomo di una stanchezza collettiva verso modelli di vita che promettono visibilità ma non significato. Ad Assisi non si va per vedere “qualcosa”: si va per lasciarsi interrogare da Qualcuno che, attraverso quel “mucchietto d’ossa”, continua a porre una questione radicale su che cosa renda davvero grande un uomo.
In fondo, il passo biblico evocato da Accrocca — “l’uomo vede l’apparenza, il Signore vede il cuore” — non è soltanto una citazione devota: è la chiave di lettura più concreta e più rivoluzionaria di questa ostensione. Perché oggi, come ai tempi di frate Masseo, il mondo resta stupito davanti a un’evidenza che non sa spiegarsi: perché tutti continuano ad andargli dietro?
Forse perché Francesco, proprio nella sua povertà disarmata, resta una prova vivente che la santità non seduce, ma attrae. Non abbaglia, ma illumina. Non occupa la scena, eppure la trasfigura.
Ad Assisi, in queste settimane, non si espone un corpo soltanto. Si espone una verità sull’uomo. E il fatto che il mondo continui a mettersi in coda per ascoltarla è, già di per sé, una notizia.
