La notte che cambia Budapest
Non è stata soltanto una sconfitta elettorale. È stata la rottura di un incantesimo politico durato sedici anni. Viktor Orbán, l’uomo che aveva fatto dell’Ungheria il laboratorio più compiuto del sovranismo europeo, ha dovuto ammettere una “dolorosa” sconfitta, congratulandosi con Péter Magyar, il dissidente venuto dall’interno del suo stesso mondo. Budapest cambia padrone, ma soprattutto cambia racconto: il Paese che sembrava blindato si è scoperto contendibile.
L’Ungheria ha votato come se volesse liberarsi da una lunga apnea. Fin dalle prime ore del mattino, la partecipazione ha cominciato a salire con un ritmo anomalo, quasi febbrile. Alle 7 era già quasi doppia rispetto alle elezioni del 2022; alle 17 si era superato il massimo storico; alle 18.30, mezz’ora prima della chiusura dei seggi, aveva già votato il 77,8 per cento degli aventi diritto. Non era semplice affluenza. Era una dichiarazione collettiva: stavolta decidiamo davvero.
E infatti la decisione è arrivata, netta, pesante, difficilmente equivocabile. Péter Magyar ha travolto Fidesz e ha proiettato Tisza verso una maggioranza dei due terzi capace di cambiare in profondità la struttura istituzionale edificata da Orbán. È questo il dato che rende il voto di ieri molto più di una normale alternanza. Non ha vinto soltanto un’opposizione. Ha vinto la possibilità di mettere mano al sistema illiberale che il leader ultranazionalista e filorusso aveva costruito con pazienza, furbizia e durezza in sedici anni di potere.
Orbán ha capito presto che la notte non sarebbe stata sua. Ha telefonato al rivale per congratularsi, poi si è presentato davanti ai fedelissimi con parole che avevano il suono dell’incredulità più che della resa: il risultato, ha detto, è chiaro, benché incompleto; il popolo non ci ha dato la responsabilità di governare; continueremo a servire la nazione; non ci arrenderemo mai. È il linguaggio tipico dei leader che vogliono perdere senza sparire, cedere senza dissolversi, trasformare la disfatta in promessa di ritorno. Ed è bene ricordarlo: Orbán ha perso il governo, non necessariamente il suo Paese profondo.
Perché la vera complessità della svolta ungherese sta tutta nel profilo del vincitore. Péter Magyar non è il contrario di Orbán nel senso semplice e rassicurante che piace alle cancellerie europee. Non è un liberale puro, né il campione lineare di una democrazia occidentale senza ombre. È, piuttosto, un prodotto interno del sistema Fidesz. Ne conosce i riti, i codici, i meccanismi di cooptazione, i segreti e persino i tic psicologici. Ha vissuto dentro quel mondo, ne ha condiviso reti familiari, ambienti istituzionali, consuetudini di potere. Proprio per questo è diventato credibile come sfidante: perché per abbattere il bunker di Orbán serviva qualcuno che ne conoscesse l’architettura dall’interno.
È qui che il nostro elzeviro deve fermarsi un momento, perché la tentazione di raccontare questa notte come il trionfo puro e semplice dell’Europa liberale contro il populismo sarebbe comoda, ma incompleta. Magyar è filoeuropeo, sì, ma anche sovranista a modo suo. Non è anti-Ucraina, ma non promette una svolta entusiastica su Kiev. Non è putiniano, ma non annuncia una rottura totale con Mosca. Sui diritti civili, sull’immigrazione, sulla retorica identitaria, somiglia più al mondo da cui proviene che a molti dei suoi elettori. E infatti una parte rilevante di chi lo ha votato non lo ama davvero: lo considera aggressivo, troppo controllante, segnato da un passato ingombrante. Ma lo ha scelto ugualmente, perché lo ha ritenuto l’unico in grado di battere Orbán sul suo terreno.
È questa, forse, la lezione più interessante. I regimi elettorali non si battono sempre con il candidato più puro, ma spesso con quello più efficace. Magyar ha capito che l’opposizione classica non avrebbe mai sfondato. Per questo non si è accodato ai vecchi partiti anti-Orbán: ne ha preso le distanze, ne ha assorbito l’elettorato e ha costruito una forza nuova, patriottica nei simboli, composita nei quadri, trasversale nei consensi. Tisza è diventata una casa provvisoria per liberali, moderati, ex conservatori, pezzi di sinistra, tecnici, europeisti e delusi del sistema. Un’alleanza non di identità, ma di scopo: mandare a casa Orbán.
La dimensione internazionale spiega perché questa elezione non riguardi solo Budapest. Per Mosca e Pechino, Orbán era un emissario prezioso nel cuore dell’Unione, capace di usare il veto europeo come leva geopolitica. Per l’amministrazione Trump, era il miglior alleato per rafforzare in Europa i movimenti ultraconservatori e nazionalpopulisti. Non a caso Washington aveva investito apertamente su di lui, con messaggi di sostegno e con la presenza del vicepresidente J. D. Vance a Budapest. Per l’Ucraina, invece, il voto ungherese valeva quasi come un referendum indiretto sulla possibilità di non avere più, al Consiglio europeo, il più ostinato sabotatore degli aiuti a Kiev. In questo senso, il risultato di ieri è una scossa continentale: non cambia soltanto un governo, ma un equilibrio.
Da Bruxelles a Parigi, da Berlino ai Baltici, le congratulazioni a Magyar sono arrivate come si salutano le svolte attese da anni. Il cuore dell’Europa, hanno detto alcuni leader, torna a battere più forte in Ungheria. Eppure, anche qui, bisognerà stare attenti alle illusioni. L’Europa legge questa vittoria come un ritorno a casa; Magyar la vivrà, con ogni probabilità, come una rinegoziazione dei rapporti di forza. È europeista, ma non remissivo. Vuole riavvicinare Budapest all’Unione, ma senza accettare la caricatura del commissariamento morale.
In Italia, naturalmente, la notte ungherese è stata subito trasformata in un messaggio domestico. Elly Schlein ha letto la caduta di Orbán come la sconfitta dell’intero campo sovranista, evocando insieme Trump, Meloni e Salvini. Matteo Renzi ha parlato di un Orbán mandato al tappeto e ha ironizzato sul “tocco magico” di Giorgia Meloni, che avrebbe sostenuto leader poi sconfitti altrove in Europa. Carlo Calenda ha salutato una grande giornata per l’Europa, mentre Ilaria Salis ha scritto che sia l’Ungheria sia l’Europa saranno posti migliori senza Orbán. Non sorprende: da anni il premier ungherese è, per la politica italiana, più di un capo di governo straniero. È un feticcio polemico, un simbolo da esibire o da abbattere, un nome che serve a dividere i fronti interni.
Ma il punto, forse, è un altro. Orbán perde perché il suo sistema, pur forte, non era più invincibile. Perde perché la paura non basta per sempre, perché la propaganda si consuma, perché persino il clientelismo rurale e le pressioni quasi feudali che sorreggevano Fidesz nelle campagne non sono riusciti stavolta a fermare una domanda di cambiamento troppo estesa. Perde perché l’elettorato ungherese ha capito che il regime poteva essere battuto solo da qualcuno capace di affrontarlo senza ingenuità.
Ora comincia la parte più difficile. Vincere contro Orbán era complicato; governare dopo Orbán potrebbe esserlo di più. Magyar dovrà usare il diritto per smontare un sistema che ha blindato il potere di Fidesz nelle istituzioni, nei media e nell’economia. Dovrà dimostrare di non voler sostituire un controllo con un altro controllo. Dovrà persuadere l’Europa senza alienarsi il Paese profondo. Dovrà, soprattutto, convincere gli ungheresi che si può uscire dall’orbánismo senza precipitare nel caos.
Per questo la formula più onesta, oggi, è forse questa: Orbán è caduto, ma l’orbánismo no. La notizia storica è che il fortino si è aperto. La domanda storica è che cosa entrerà, adesso, da quella breccia.
Péter Magyar travolge il premier uscente, conquista una maggioranza capace di riscrivere il sistema e riapre la partita europea dell’Ungheria. Ma il vincitore è un figlio del regime che promette di smontare.
