Tre ore di domande, quaranta giornalisti, una conferenza che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito con ironia «di inizio anno», pur restando formalmente quella di fine anno. È stato un lungo confronto pubblico, venerdì 9 gennaio, nel quale la premier ha toccato quasi tutti i dossier aperti: politica internazionale, economia, lavoro, immigrazione, scuola, giustizia, denatalità. Un bilancio politico, ma anche un esercizio di narrazione dei risultati del governo.
Come spesso accade in questi casi, accanto a dati corretti si sono intrecciate semplificazioni, forzature e affermazioni parziali, che meritano di essere lette con attenzione.
Sul caso Paragon, Meloni ha sostenuto che il COPASIR avrebbe escluso l’uso dello spyware Graphite contro i giornalisti. In realtà, la relazione parlamentare del giugno 2025 afferma di non aver trovato prove riconducibili ai servizi italiani, ma non chiude definitivamente la questione: mancano certezze su tempi, modalità e su un eventuale coinvolgimento di soggetti esteri. Parlare di “esclusione” netta è quindi una semplificazione.
In politica estera, la premier ha affermato che Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio avrebbero escluso un intervento militare per assumere il controllo della Groenlandia. Anche qui i fatti raccontano altro: Rubio ha ribadito che ogni presidente americano mantiene sempre l’opzione militare, pur preferendo la via diplomatica, e la Casa Bianca ha confermato che tutte le opzioni restano sul tavolo. Nessuna esclusione formale, dunque.
Sull’immigrazione, Meloni rivendica un calo degli sbarchi superiore al 60 per cento. Il dato è vero solo se confrontato con il picco raggiunto nell’ottobre 2023. Se però si guarda al quadro complessivo, nel 2025 gli arrivi – oltre 66 mila – sono tornati su livelli simili a quelli precedenti all’insediamento del suo governo. La fotografia cambia a seconda dell’angolazione scelta.
Più lineare la ricostruzione sulla crescita economica: l’ISTAT ha effettivamente rivisto al rialzo il PIL 2023, passato dallo 0,7 all’1 per cento. Confermata invece la stima di crescita del 2024 al +0,7 per cento.
Più problematica la lettura sulla dispersione scolastica. La premier ha parlato di un calo dall’11,5 all’8,7 per cento, ma ha sovrapposto due indicatori diversi. L’11,5 per cento riguarda gli abbandoni precoci nel 2022; nel 2024 il dato è sceso al 9,8 per cento. L’8,7 per cento, invece, si riferisce alla cosiddetta dispersione implicita, cioè agli studenti che restano a scuola ma senza competenze di base, un indicatore che nel 2025 è addirittura in aumento rispetto all’anno precedente.
Sui salari, Meloni ha ribadito che le retribuzioni sono tornate a crescere più dell’inflazione dall’ottobre 2023. Il riferimento è alle retribuzioni contrattuali orarie, che nel biennio 2024-2025 hanno effettivamente superato l’inflazione. Resta però aperta la questione del recupero del potere d’acquisto perso dal 2021, che questi aumenti non hanno ancora colmato del tutto.
Quanto alla linea europea sull’immigrazione, la premier rivendica un cambio di paradigma attribuendolo al suo governo. In realtà, molte delle politiche oggi discusse a Bruxelles – dimensione esterna, rimpatri, cooperazione con i Paesi di origine – erano già presenti nel dibattito europeo prima del 2022, anche se oggi sono diventate più centrali.
Corretta invece l’affermazione sulla solidità politica del governo: i partiti della maggioranza godono di consensi più alti rispetto a quelli al potere negli altri grandi Paesi europei. E coerente con il programma elettorale è anche la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere e il nuovo assetto del CSM, sebbene il ruolo del Parlamento non venga del tutto eliminato ma solo ridimensionato.
Sul fronte sociale, Meloni ha fornito dati corretti sull’età pensionabile, sull’IVA dei pannolini – scesa complessivamente dal 22 al 10 per cento – e sulla natalità tra gli immigrati, con i nati stranieri passati da quasi 80 mila nel 2012 a poco più di 50 mila negli ultimi anni.
Più debole, invece, la lettura sulla fuga dei giovani all’estero. Il confronto tra laureati residenti ed emigrati è fuorviante: tra i giovani che lasciano l’Italia la percentuale di laureati è molto più alta rispetto alla media nazionale, soprattutto nella fascia 25-34 anni. È vero, infine, che meno della metà di chi emigra rientra.
L’inflazione, oggi all’1,5 per cento, è un dato corretto, ma in lieve aumento rispetto al 2024.
Nel complesso, la conferenza stampa restituisce l’immagine di un governo che sceglie accuratamente i numeri da raccontare, alternando dati solidi a narrazioni semplificate. Non è un’anomalia: è il terreno naturale della politica. Ma proprio per questo, distinguere tra fatti, interpretazioni e omissioni resta un esercizio necessario, soprattutto quando il bilancio di governo si gioca anche sulla fiducia nei numeri.
