Il 15 gennaio 2026 è una data destinata a restare negli archivi della Chiesa di Francia: è il giorno in cui è stato pubblicato – in accesso libero – il rapporto della Commission indépendante sur les abus spirituels et les emprises psychologiques (CIASEP) sulle Bénédictines du Sacré-Cœur de Montmartre (BSCM), una congregazione conosciuta per il suo radicamento ecclesiale (nove priorati) e per il legame con il santuario del Sacro Cuore di Montmartre.  

La forza di queste 142 pagine non sta solo nella quantità di materiale raccolto, ma nella natura di ciò che viene descritto: non abusi sessuali, bensì un sistema di abuso di potere capace di produrre, per decenni, abusi spirituali, psicologici, finanziari e persino fisici; un sistema che – scrive la Commissione – ha toccato “la dimensione più intima della vita religiosa”.  

La “chiave di volta”: un governo anomalo, lungo e fuori regola

Il rapporto individua come “chiave di volta” della deriva una figura precisa: Madre Marie-Agnès, al secolo Françoise Jullien. La cronologia è già di per sé una cartina di tornasole.

  • 1962: entra in postulato a 26 anni.
  • 1966: diventa maestra delle novizie a 30 anni, prima della professione perpetua (che arriva nel 1967).
  • 1969: viene eletta priora generale a 33 anni, pur essendo previsto un limite minimo più alto; e resterà al vertice per cinque mandati successivi fino al 1998, in un regime di rielezioni (anche “a mano alzata”) che il rapporto collega a prassi contrarie alle costituzioni.  

Dopo il 1998, la sua influenza non si spegne: resta assistente generale (di fatto “numero due”) e – secondo le ricostruzioni – continua a determinare la vita interna anche con una priora generale giovanissima, in un quadro di controllo capillare e dipendenza.  

Qui sta il primo punto decisivo: l’abuso spirituale raramente nasce da un “eccesso di pietà”. Nasce dalla deformazione della governance: quando l’autorità smette di essere servizio e diventa sistema, la vita religiosa perde anticorpi.

“Violenza dell’intimo”: come funzionava l’emprise

Il rapporto descrive un meccanismo ripetitivo, quasi industriale: reclutamento precocediscernimento accelerato, progressivo isolamento dalla famiglia (parlatoi sorvegliati, corrispondenza controllata, permessi e visite secondo l’arbitrio della superiora), e persino diffidenza verso l’esterno ecclesiale, presentato come incapace di comprendere “la bellezza e l’esigenza” della loro vocazione.  

L’elemento più grave è la sostituzione della coscienza: la Commissione parla di perdita della libertà interiore e della capacità di discernimento, fino a forme di collasso psichico e tentativi di suicidio (conseguenza estrema di ciò che viene definito “viol di l’intime”, violenza dell’intimo).  

Accanto al culto della personalità, il rapporto cita pratiche di sorveglianza e silenzio imposto: non è semplicemente disciplina comunitaria; è una pedagogia della paura, dove le vittime – sotto pressione – possono diventare a loro volta agenti del sistema.

L’abuso fisico e la “sottomissione farmacologica”

Uno dei passaggi più urticanti, perché difficilmente immaginabile in un contesto monastico, riguarda la gestione della salute.

Il rapporto parla di “soumission médicamenteuse”: religiose inviate a un medico compiacente, accompagnate da un’altra suora che parlava al posto loro; prescrizioni di psicofarmaci (antidepressivi, neurolettici, ansiolitici) somministrati senza che la persona conoscesse la natura dei medicinali. La Commissione dichiara di aver effettuato anche un segnalamento all’Ordine dei medici.  

Su questo punto la CIASEP aggiunge un dettaglio che è una diagnosi culturale: in alcuni casi, richieste di cura venivano respinte con frasi del tipo “un mal di denti passa con un rosario” – non come battuta, ma come criterio di governo.  

E poi la dimensione corporea: il rapporto descrive pratiche di alimentazione forzata e controlli del peso, fino al paradosso di un’omologazione fisica alle caratteristiche della priora generale.  

La finanza come strumento di dominio

Il dossier non separa mai la spiritualità dal denaro: quando l’autorità è totalizzante, il controllo dei beni diventa un’appendice naturale del controllo della coscienza.

Secondo il rapporto, l’istituto privilegiava all’ingresso giovani provenienti da famiglie benestanti e richiedeva, già in fase iniziale, atti di disposizione dei beni (fino a forme assimilabili a testamenti/cessioni), con captazioni di conti e patrimoni, eredità “incanalate” e utilizzate anche per vantaggi personali. Il testo parla di un “trio” (la superiora e due consorelle) che avrebbe sostenuto uno stile di vita dissonante: ristoranti, soggiorni, acquisti immobiliari, spese “coperte”, e pagamenti significativi verso esterni.  

Qui l’abuso spirituale mostra il suo volto più concreto: la “povertà” non viene infranta solo da atti individuali, ma da un impianto che considera i beni delle persone come materia governabile dall’alto.

La domanda che brucia: com’è possibile che nessuno abbia fermato tutto prima?

La CIASEP non si limita a descrivere: accusa. E l’accusa più pesante – ecclesialmente parlando – riguarda la vigilanza.

  • 2004: prima visita apostolica, con esiti giudicati insufficienti (il rapporto ricorda una relazione estremamente scarna e conseguenze quasi nulle).  
  • 2012: seconda visita apostolica, svolta da gennaio a settembre, affidata al P. Étienne Ricaud e a suor Marie-Simone Boulanger, che mette finalmente a fuoco la “mécanique d’emprise”.  

Il punto che la Commissione sottolinea è questo: per anni la vigilanza sarebbe stata “minimalista”, nonostante alert ripetuti. E aggiunge che dopo il 2004 la vita interna avrebbe persino conosciuto un indurimento, come spesso avviene nei gruppi chiusi quando percepiscono una minaccia esterna.  

Dopo la svolta del 2012, l’istituto entra in una lenta fase di risanamento: cambiamenti più significativi dal 2014, morte di Madre Marie-Agnès nel 2016, e un percorso di riconoscimento pubblico degli abusi (comunicazione e domanda di perdono nel 2023), fino alla costituzione della Commissione indipendente.  

I numeri che non sono statistiche: 1.489 fatti, quarant’anni di vita deformata

La CIASEP parla di circa 1.500 fatti (il dato circola come 1.489) raccolti lungo un arco che va sostanzialmente dal periodo di governo di Madre Marie-Agnès fino alla messa in luce del sistema. Non è un conteggio “giudiziario”: è un indicatore di densità del male in una forma di vita che, per definizione, dovrebbe proteggere la coscienza.  

E proprio per questo il rapporto non si chiude con la pura denuncia: formula 58 raccomandazioni, propone una revisione dell’equilibrio tra carisma contemplativo e apostolico, suggerisce spazi reali di ricreazione e riposo (segnale che l’iperattivismo era parte del controllo), e affronta anche la questione delle restituzioni economiche e degli interessi dovuti alle ex religiose.  


Uno sguardo più ampio: Montmartre non è “un caso”, è un paradigma

Sarebbe comodo archiviare tutto come patologia di una persona. Il rapporto, invece, invita a riconoscere un paradigma ecclesiale: quando la figura carismatica diventa intoccabile, quando la vita spirituale viene usata come arma, quando il discernimento è sostituito dall’obbedienza cieca, il linguaggio di Dio può diventare un dispositivo di dominio.

È un copione che la Chiesa ha già visto in forme diverse.

  • Nel mondo dei movimenti e delle opere, il caso Jean Vanier (L’Arche) ha mostrato quanto la “santità percepita” possa coesistere con dinamiche manipolative e abusive, tanto da richiedere commissioni indipendenti e riletture radicali dei fondatori.  
  • Sul versante degli istituti e delle comunità, le vicende legate ai Legionari di Cristo hanno ricordato che la riforma arriva spesso quando l’istituzione è costretta a guardarsi allo specchio con visite apostoliche e decisioni straordinarie della Santa Sede.  
  • E in Francia, le crisi ripetute di realtà comunitarie (con commissioni, cellule di ascolto, rapporti interni) indicano che la questione non è episodica: riguarda cultura del controllo, formazione all’autorità, trasparenza, responsabilità esterna.  

In questo orizzonte va collocata anche la parabola, diversa ma istruttiva, di P. Stefano M. Manelli: non per sovrapporre meccanicamente storie e contesti, ma per ricordare quanto la Chiesa stia imparando – con sofferenza – che la “narrazione carismatica” non dispensa mai dal vaglio ecclesiale su governo, coscienze, beni e libertà.


La lezione più esigente: la Chiesa deve imparare a riconoscere gli abusi “religiosi” prima che diventino scandalo pubblico

Il valore del rapporto CIASEP non è solo documentario. È teologico e pastorale: dice che l’abuso spirituale non è una categoria nebulosa, ma un insieme di pratiche concrete (isolamento, sorveglianza, ricatto affettivo, manipolazione della confessione, medicalizzazione coatta, controllo economico) che producono effetti misurabili: paura, dissociazione, perdita di libertà interiore, talora disperazione.

E soprattutto pone una domanda che pesa su tutti i livelli di responsabilità: quali anticorpi istituzionali rendono oggi impossibile – non solo improbabile – che quarant’anni passino sotto “vigilanza minimalista”?  

Se la Chiesa vuole davvero uscire dalla stagione degli abusi, deve fare un passo ulteriore rispetto alla sola reazione agli scandali: costruire una cultura in cui la visita canonica e apostolica sia competente, indipendente, coraggiosa; in cui l’autorità sia formata come servizio; e in cui la coscienza – quel “santuario” di cui parla la tradizione – non venga mai più trattata come terreno conquistabile.