A cinque mesi dal calcio d’inizio dei Mondiali di calcio 2026, l’evento sportivo più seguito al mondo è già diventato un campo di battaglia politico. Non per scandali di corruzione o diritti umani legati all’organizzazione, come avvenuto in Russia o in Qatar, ma per la figura ingombrante del presidente statunitense Donald Trump e per la sua postura sempre più aggressiva sulla scena internazionale. Da qui una domanda che serpeggia soprattutto in Europa: il boicottaggio è una risposta efficace o un clamoroso autogol?
La competizione, in programma dall’11 giugno al 19 luglio 2026, sarà ospitata congiuntamente da Stati Uniti, Canada e Messico. È proprio il ruolo centrale di Washington – e il ritorno di Trump al centro della politica globale – ad aver riacceso il dibattito. Le sue uscite su Groenlandia, ONU, alleanze internazionali e ordine multilaterale hanno spinto alcuni esponenti politici europei a evocare apertamente l’idea di non partecipare al torneo come forma di protesta simbolica.
Le posizioni, però, sono tutt’altro che univoche. In Germania il governo ha scelto una linea attendista, rimettendo la decisione alle federazioni sportive e alla FIFA. Nel Regno Unito, invece, il deputato conservatore Simon Hoare ha invocato un boicottaggio netto da parte delle nazionali britanniche, parlando di “umiliazione pubblica” come unico linguaggio comprensibile per Trump. In Francia, al contrario, prevale la prudenza istituzionale: il ministero dello Sport ribadisce la necessità di “dissociare sport e politica”, pur senza escludere che il contesto internazionale possa evolvere.
Il fronte critico, soprattutto a sinistra, accusa questa cautela di ipocrisia. Perché – si chiedono – sarebbe accettabile giocare un Mondiale in un Paese che minaccia annessioni, mina il diritto internazionale, flirta con derive autoritarie e impone restrizioni ideologiche, mentre si è giustamente contestato Russia e Qatar? La differenza, però, è tutta nel peso geopolitico dell’ospitante.
Secondo molti analisti, il boicottaggio rischia di essere inefficace o addirittura controproducente. Donald Trump, maestro nell’uso politico del conflitto, potrebbe trasformare l’assenza europea in una vittoria narrativa: l’America contro le élite ostili, lo sport ostaggio della “politica globalista”. Un regalo mediatico che rafforzerebbe il suo consenso interno, più che indebolirlo. Inoltre, un’azione unilaterale esporrebbe i Paesi partecipanti a ritorsioni concrete, dai visti alle misure economiche, in un contesto internazionale già instabile.
C’è poi un dato strutturale difficilmente aggirabile: con 48 nazionali, miliardi di euro in diritti televisivi, sponsor globali e un’audience planetaria, un boicottaggio efficace richiederebbe una convergenza ampia e coordinata, oggi semplicemente irrealistica. Nessuna grande federazione sembra disposta a fare il primo passo, soprattutto a scapito di atleti e tifosi.
Per questo prende corpo un’ipotesi intermedia: non il boicottaggio delle squadre, ma quello della rappresentanza politica. Stadi pieni, partite giocate, ma assenza di leader europei dalle tribune d’onore e dalle foto ufficiali con il presidente americano. Una forma di “semi-boicottaggio” che userebbe la visibilità del Mondiale come cassa di risonanza critica, senza trasformare l’evento in un’arma nelle mani di Trump.
Il Mondiale 2026 si profila così non solo come una festa del calcio, ma come un banco di prova per la diplomazia occidentale: tra la tentazione del gesto morale e la necessità del realismo politico. La domanda, in fondo, resta aperta: meglio disertare il campo o giocare la partita sapendo che, anche sugli spalti, ogni presenza – o assenza – è ormai un atto politico.
