Minneapolis non è stata scelta a caso. Non lo è mai, quando Donald Trump decide di trasformare una città in un palcoscenico politico. Le incursioni federali contro l’immigrazione, l’uso muscolare della forza, le parole che evocano “insurrezioni” e “ordine” non sono semplici strumenti amministrativi: sono messaggi simbolici. E Minneapolis, più di molte altre città americane, è il luogo dove quel messaggio diventa comprensibile nella sua interezza.

Qui si incrociano tutte le linee di frattura dell’America contemporanea. C’è Tim Walz, governatore democratico e rivale politico di Trump. C’è l’ombra lunga di George Floyd, che dal 2020 grava sulla coscienza nazionale come una ferita mai rimarginata. C’è lo scandalo miliardario che ha coinvolto settori della comunità somala e ha incrinato l’immagine dello stato sociale “che funziona”. E c’è, soprattutto, una storia più profonda: quella di uno Stato che per mezzo secolo ha incarnato l’ideale di una nazione civica, oggi apertamente contestato dal trumpismo.

Per capire la posta in gioco, vale la pena tornare indietro di dieci anni, a un discorso che Trump tenne a Minneapolis nel novembre 2016. “Oh, Minnesota”, disse allora, invitando il pubblico a capire senza dire, ad annuire senza parlare. Il sottotesto era chiarissimo: qualcosa di inconfessabile stava accadendo, e tutti lo sapevano. Quella “cosa” aveva un nome preciso: la comunità somala, divenuta negli anni bersaglio di paure, sospetti e strumentalizzazioni dopo i casi di radicalizzazione jihadista che avevano coinvolto alcuni giovani nati o cresciuti nello Stato.

Eppure il Minnesota era stato, per decenni, l’opposto di ciò che Trump descriveva. Terra di rifugio, prima per i sopravvissuti all’Olocausto, poi per vietnamiti, Hmong, profughi di guerre lontane. L’accoglienza non era solo una politica pubblica, ma una componente dell’identità civica dello Stato: un intreccio di chiese, associazioni, cooperative, welfare generoso, idealismo nordico trapiantato nel Midwest americano. “Uno Stato che funziona”, lo aveva definito nel 1973 Lance Morrow sulle pagine di Time, ammirato da un senso civico che sembrava resistere alle tempeste che scuotevano il resto del Paese.

Quel modello, però, ha mostrato crepe profonde. Il “paradosso del Minnesota” – uno Stato progressista con alcune delle peggiori disuguaglianze razziali degli Stati Uniti – ha incrinato l’autonarrazione liberale. L’omicidio di George Floyd ha fatto esplodere ciò che per anni era rimasto sotto traccia: segregazione, disparità, una convivenza più proclamata che vissuta. E lo scandalo di frode legato ai servizi sociali ha offerto alla nuova destra un’arma retorica perfetta: la prova, secondo loro, che il liberalismo morale non solo fallisce, ma facilita il saccheggio.

È qui che Trump colpisce. Il suo messaggio è semplice e radicale: l’idea di una nazione civica è una truffa. La prosperità condivisa non nasce dall’inclusione, ma dall’esclusione. I confini dell’appartenenza non sono politici, ma identitari. E se questo significa militarizzare le strade di una città democratica, sparare gas lacrimogeni nei quartieri residenziali o vedere agenti federali mascherati che uccidono una donna attraverso il parabrezza della sua auto, allora così sia. L’ordine viene prima di tutto.

La risposta del Minnesota, e in particolare di Minneapolis, è stata tutt’altro che uniforme, ma significativa. In uno Stato ormai diviso come il resto d’America, con campagne sempre più rosse e città sempre più blu, la reazione alle incursioni federali ha ricomposto, almeno in parte, una comunità lacerata dal 2020. Quando Walz scrive che il Minnesota “rimarrà un’isola di decenza, giustizia e comunità”, non sta negando le contraddizioni dello Stato. Sta rivendicando un orizzonte: l’idea che la politica possa ancora essere qualcosa di più della gestione della paura.

Il punto, infatti, non è se il Minnesota sia innocente o colpevole. Non lo è mai stato, come nessun luogo reale lo è. Il punto è se l’America voglia ancora riconoscersi in un’idea di cittadinanza fondata su principi condivisi, o se preferisca l’alternativa che Trump sta rendendo sempre più visibile: una nazione definita dalla forza, dall’origine, dall’esclusione.

Minneapolis oggi è questo: un laboratorio morale prima ancora che politico. Un luogo in cui si misura la distanza tra il nazionalismo civico e la sua negazione. E se “questo non è chi siamo”, come ripetono in molti, allora la domanda che resta sospesa è ancora più inquietante: chi stiamo diventando, e quanto siamo disposti a perdere per non dover rispondere davvero.