Nella città che nel 1799 vide salire sul patibolo il più grande giurista della sua stagione repubblicana, il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 ha assunto un valore che va oltre la cronaca politica: a Napoli l’affluenza è arrivata al 49,51 per cento e il “No” alla riforma sulla separazione delle carriere ha toccato il 75,49 per cento, il dato più alto d’Italia secondo il Corriere del Mezzogiorno.  

C’è qualcosa di potentemente napoletano, e insieme di profondamente italiano, nel fatto che proprio Napoli abbia detto “no” con questa nettezza. Perché Napoli non è soltanto la città delle passioni, dei rovesciamenti, delle magnifiche contraddizioni: è anche la città di Mario Pagano, il giurista che nel 1799 cercò di dare alla Repubblica Napoletana una forma costituzionale alta, moderna, rigorosa, e che pagò con la vita la fedeltà a un’idea non improvvisata della legge e della libertà. Treccani ricorda che Pagano fu protagonista della Repubblica partenopea, presidente del Comitato di legislazione, autore del progetto di Costituzione del 1799 e infine giustiziato il 29 ottobre dello stesso anno dopo il crollo della Repubblica.  

Pagano non fu un semplice rivoluzionario. Fu un pensatore del diritto, un riformatore del processo penale, un uomo convinto che lo Stato dovesse essere ordinato da leggi giuste e da istituzioni capaci di limitare l’arbitrio. Treccani lo presenta come uno dei maggiori esponenti dell’illuminismo napoletano, autore delle Considerazioni sul processo criminale e dei Saggi politici, profondamente impegnato nel ripensare le basi della legislazione penale e costituzionale.  

Per questo, se oggi lo si accosta idealmente al referendum del 2026, non lo si fa per ridurre la sua statura a una bandiera contingente, ma per cogliere una consonanza. Pagano aveva compreso che la giustizia non è mai un affare puramente corporativo, e neppure un campo da assalto per i governi di turno. È il luogo delicatissimo in cui si decide se il potere venga disciplinato dalla legge o pieghi la legge alle proprie convenienze. Il suo progetto costituzionale per la Napoli del 1799, come ricorda Treccani, non fece in tempo a entrare davvero nel diritto positivo perché la vita della Repubblica fu troppo breve; ma proprio quella incompiutezza ne fa ancora oggi un simbolo di alta vigilanza costituzionale.  

Naturalmente non si può sovrapporre meccanicamente il 1799 al 2026. La Repubblica partenopea nacque nel pieno delle guerre rivoluzionarie, sotto protezione francese, e cadde nel sangue della restaurazione. Il referendum del marzo 2026, invece, è stato un passaggio pienamente democratico della Repubblica italiana, nel quale gli elettori hanno respinto la riforma voluta dal governo Meloni sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulla revisione del governo autonomo della magistratura. Ma proprio questa distanza storica rende più eloquente il confronto: da una parte la Costituzione mancata di Pagano, dall’altra la Costituzione vigente che il corpo elettorale ha deciso di non ritoccare in quel punto.  

Da cattolici, qui la lezione è sobria ma severa. La Costituzione non è una reliquia intoccabile; però non è neppure materia da maneggiare con spirito di fazione. Ogni intervento sulle istituzioni che custodiscono l’equilibrio dei poteri esige prudenza, misura, quasi timore. La tradizione cattolica migliore, quando parla di politica, non idolatra né lo Stato né la magistratura, ma diffida sempre della concentrazione del potere e dei suoi appetiti. In questo senso il voto di Napoli appare come un riflesso di saggezza civile: non una ribellione emotiva, ma una diffidenza verso ciò che poteva alterare un equilibrio percepito come delicato.

E non è irrilevante che questa reazione sia venuta da una città che porta ancora, nella propria memoria storica, il trauma del 1799. Napoli sa, più di altre, che il diritto può essere elevazione o vendetta, garanzia o strumento del vincitore. Sa che dietro le formule giuridiche si nasconde sempre una battaglia sull’uomo. Sa che la magistratura, come ogni potere, può essere criticata; ma sa anche che smontare le architravi dell’ordine costituzionale in nome dell’efficienza o della polemica politica può avere costi che si scoprono troppo tardi.

C’è poi un altro aspetto, quasi simbolico. Pagano morì perché aveva cercato di pensare istituzioni nuove per una società diversa. Napoli, nel 2026, non ha votato per nostalgia o per paura del cambiamento in quanto tale. Ha votato, piuttosto, per dire che il cambiamento istituzionale non è buono solo perché viene proclamato come riforma. Questo è un punto decisivo. Anche nella vita pubblica, non tutto ciò che si presenta come innovazione è progresso. Talvolta il vero coraggio civile consiste nel non lasciarsi sedurre dall’urgenza del ritocco costituzionale quando si avverte che in gioco non c’è una manutenzione tecnica, ma una torsione di sistema. I dati nazionali, del resto, mostrano che la riforma è stata respinta da una maggioranza degli italiani, con una partecipazione alta per una consultazione referendaria.  

In fondo, il nesso tra Mario Pagano e il “no” di Napoli sta qui: nella convinzione che il diritto non sia mai una mera tecnica di governo, ma una forma morale della città. Pagano lo sapeva nel Settecento, quando pensava una costituzione per una Napoli nuova. I napoletani, forse senza dirlo in questi termini, lo hanno ricordato nel 2026, scegliendo di non toccare quell’assetto costituzionale e giudiziario che percepivano come parte dell’equilibrio democratico del Paese.

E così, a distanza di più di due secoli, Napoli torna a dire che le costituzioni non sono affare per superficiali, e che la giustizia non si riforma come si cambia una maggioranza. In una città dove Mario Pagano fu ucciso, il “no” alla riforma non è soltanto un voto. È anche una memoria che, per una volta, si è fatta giudizio.

Se c’è un nesso tra Mario Pagano e questo voto, esso non va cercato in un facile anacronismo, ma in una memoria civile profonda: Napoli, città di diritto e di ferite, sembra avere avvertito che quando si mette mano all’architettura costituzionale e all’equilibrio della giurisdizione non si sta ritoccando un dettaglio tecnico, ma si tocca la forma stessa della convivenza. I risultati nazionali hanno visto prevalere il “No”, con un’affluenza vicina al 59 per cento.