La cattura e la destituzione di Nicolás Maduro a Caracas, nelle prime ore del 3 gennaio, non ha prodotto solo un terremoto venezuelano: ha avuto un effetto immediato anche a Managua, nel cuore blindato del potere nicaraguense. Il silenzio prolungato di Daniel Ortega e Rosario Murillo, seguito da una reazione insolitamente cauta e burocratica, segnala una cosa semplice: si sono visti nello specchio. Perché se un alleato simbolico cade in modo spettacolare, chi governa per paura capisce che la paura può cambiare campo.  

Ma a rendere il caso nicaraguense più grave – e più inquietante – è il fatto che il “fortino” politico non si limita a difendersi: da anni conduce una campagna sistematica contro la Chiesa cattolica, trattandola come un avversario interno da neutralizzare. Ed è qui che la coppia presidenziale merita una stigmatizzazione netta: non parliamo di incidenti, bensì di una strategia.

Negli ultimi anni, il regime ha colpito la Chiesa su più fronti, con una logica da manuale di controllo autoritario: espulsioni, arresti, chiusure, confische, intimidazione capillare. Le cronache documentano l’espulsione di religiosi e sacerdoti, spesso dopo arresti e pressioni, in una procedura che si è ripetuta con impressionante regolarità.    Le restrizioni non si sono fermate alle persone: sono state colpite strutture e opere ecclesiali, con la cancellazione giuridica e la confisca di realtà cruciali come Caritas e università di ispirazione cattolica, segno che l’obiettivo non è “regolare” la Chiesa, ma ridurne la presenza pubblica e sociale.  

A fine 2025 il quadro appare ancora più ampio: ONG e osservatori ecclesiali hanno denunciato numeri e metodi che parlano da soli—centinaia di religiosi costretti a lasciare il Paese, chiusure massicce di associazioni (anche religiose), stretta su media cattolici, controllo e sorveglianza della vita pastorale.  

In questo contesto, la reazione di Managua alla crisi venezuelana acquista un significato preciso: non è solo solidarietà ideologica verso un alleato, è autoconservazione. Quando un regime indebolito vede un altro regime colpito, irrigidisce l’apparato interno: più polizia, più controlli, più arresti “esemplari”, più messaggi intimidatori. E la Chiesa, proprio perché rimane una delle poche realtà capaci di dare voce al popolo e di custodire spazi di libertà morale, diventa il bersaglio naturale.

C’è poi un paradosso morale che grida vendetta: Ortega e Murillo rivendicano “riconciliazione e unità nazionale” mentre praticano una repressione che tocca perfino processioni, celebrazioni, catechesi, opere di carità. Quando un potere arriva a temere campane, omelie, rosari e Caritas, significa che ha paura della coscienza più che dell’opposizione politica. E quando un governo decide di spegnere quella coscienza, non sta difendendo la pace: sta difendendo sé stesso.

In definitiva, Managua oggi reagisce a Caracas come reagiscono i sistemi chiusi: serrando la presa e misurando le parole. Ma la questione più grave non è il loro timore di essere “i prossimi”. La questione più grave è ciò che hanno già fatto: un attacco deliberato alla Chiesa, cioè a una delle ultime istituzioni capaci di difendere la dignità umana senza chiedere tessere, senza chiedere obbedienze, senza chiedere paura.