Il processo al leader deposto diventa il simbolo della nuova Dottrina americana
Con i piedi incatenati, una camicia blu sopra l’uniforme arancione del carcere e le cuffie per la traduzione simultanea, Nicolás Maduro è comparso per la prima volta davanti a un tribunale federale di New York. L’ex presidente venezuelano, catturato nel fine settimana da un’operazione militare statunitense, ha aperto così il capitolo giudiziario della sua caduta, mentre a Caracas prendeva forma una transizione sotto tutela americana.
adoro trasferito in tribunale con elicotteroL’udienza, durata poco più di mezz’ora, si è svolta davanti al giudice Alvin Hellerstein, che ha fissato la prossima comparizione al 17 marzo. Maduro, 63 anni, e la moglie Cilia Flores si sono dichiarati entrambi non colpevoli. Il processo vero e proprio potrebbe durare oltre un anno, secondo la stampa statunitense.
“Sono il presidente del Venezuela, sono stato rapito”
Maduro ha parlato in spagnolo, presentandosi come «il presidente del Venezuela» e definendosi «sequestrato» dagli Stati Uniti. «Sono innocente. Non sono colpevole. Sono un uomo decente. Sono ancora il presidente del mio Paese», ha detto, venendo più volte interrotto dal giudice, che ha ricordato che ci sarà “tempo e luogo” per discutere le circostanze della cattura.
Anche Cilia Flores, seduta accanto al marito, ha dichiarato di essere «completamente innocente». I suoi legali hanno chiesto accertamenti medici: l’ex first lady presenta ematomi alle costole, un cerotto sulla fronte e segni evidenti di contusione vicino all’occhio destro.
All’uscita dall’aula, Maduro ha ribadito: «Sono un prigioniero di guerra». Dalla galleria, un uomo gli ha urlato che avrebbe pagato per i suoi crimini; lui ha risposto che riconquisterà la libertà.
Le accuse: narcoterrorismo e traffico di cocaína
Secondo l’accusa, Maduro è il vertice di una struttura criminale statale che per decenni avrebbe collaborato con cartelli della droga e gruppi armati – tra cui Sinaloa, Zetas, Farc e la gang venezuelana Tren de Aragua – per trafficare migliaia di tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti. Le imputazioni includono narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di droga e possesso di armi pesanti.
Maduro respinge tutto da anni, sostenendo che il vero obiettivo americano non è la giustizia, ma il petrolio venezuelano, il più grande bacino di riserve al mondo.
Trump non si nasconde: “Siamo noi al comando”
A rafforzare questa lettura sono le parole dello stesso Donald Trump, che mentre Maduro entrava in tribunale ha ribadito: «Abbiamo bisogno di accesso totale al petrolio venezuelano». A bordo dell’Air Force One, il presidente Usa ha dichiarato che le compagnie petrolifere americane torneranno in Venezuela per “ricostruire ciò che ci è stato rubato”.
I mercati hanno reagito immediatamente: i titoli delle major petrolifere statunitensi sono saliti, scommettendo sulla riapertura dei giacimenti venezuelani e sul ritorno di investimenti congelati da anni.
Trump è stato ancora più esplicito sul piano politico: «Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela». Un avvertimento diretto a Delcy Rodríguez, che ha giurato come presidente ad interim per 90 giorni prorogabili. Se Caracas non si comporterà “come richiesto”, ha detto il tycoon, un secondo attacco militare non è escluso.
La “Donroe” e il ritorno dell’impero
Il Venezuela è solo il primo tassello. Trump ha rilanciato la sua versione della Dottrina Monroe – la cosiddetta “Donroe”– affermando che «questo è il nostro emisfero». Il Dipartimento di Stato ha persino diffuso un’immagine ufficiale con questa scritta.
Nel mirino sono finiti anche Colombia, Cuba e Messico. Trump ha parlato di una possibile missione contro Bogotá, ha detto che «Cuba è pronta a cadere» e ha minacciato un «colpo durissimo» contro l’Iran se Teheran continuerà a reprimere i manifestanti. In agenda, nelle stesse ore, un colloquio con Recep Tayyip Erdoğan, segno che la crisi venezuelana è ormai inserita in una strategia globale di pressione.
Reazioni e timori internazionali
Cina e Russia hanno reagito con una condanna prudente, evitando lo scontro diretto con Washington. Più netta la posizione del Financial Times, che ha parlato di un’azione “imprudente” e di un precedente pericoloso: rimuovere un leader autoritario senza un piano chiaro per il “giorno dopo” rischia di destabilizzare l’ordine internazionale e incoraggiare altri interventi unilaterali.
Intanto, a Caracas, migliaia di sostenitori di Maduro sono scesi in piazza chiedendone la liberazione, mentre Rodríguez invocava dialogo e cooperazione, pur guidando un Paese sotto evidente tutela esterna.
Un processo che va oltre Maduro
Il processo a Nicolás Maduro non è soltanto il giudizio su un uomo accusato di narcotraffico. È il simbolo di una nuova fase della politica globale, in cui la forza militare, il controllo delle risorse e le sfere di influenza tornano apertamente a dettare legge.
Maduro siede in catene a Manhattan. Ma sul banco degli imputati, questa volta, c’è anche l’idea stessa di un ordine internazionale fondato su regole condivise. Il Venezuela è il primo caso. Difficilmente sarà l’ultimo.
