Con la scadenza del New Start, l’ultimo trattato che limita gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia, il mondo rischia di entrare in una nuova e pericolosa zona d’ombra. Non è solo la fine di un accordo tecnico, ma il venir meno di una grammatica minima della fiducia strategica costruita dopo la Guerra fredda. In un tempo segnato da rivalità globali, riarmo diffuso e leadership inclini alla logica della forza, la scomparsa di questo argine espone l’umanità a una corsa agli armamenti atomici senza precedenti e senza regole.
C’è un silenzio che pesa più delle dichiarazioni roboanti. È il silenzio che accompagna la fine del New START, l’ultimo trattato ancora in vigore capace di porre un limite misurabile agli arsenali nucleari delle due maggiori potenze atomiche del pianeta. Con la sua scadenza, decisa dall’amministrazione statunitense, non viene meno soltanto un accordo tecnico: si dissolve l’ultima architettura di fiducia reciproca rimasta in piedi dopo il lungo tramonto della Guerra fredda.
Donald Trump ha liquidato la questione con una formula brutale: “Se scade, è scaduto”. A suo dire, verrà negoziato “un accordo migliore”. Può darsi. Ma nel frattempo il mondo entra in una fase inedita: per la prima volta da decenni, non esiste alcun meccanismo vincolante che limiti l’espansione quantitativa delle testate nucleari di Stati Uniti e Russia, che da sole concentrano oltre l’85% dell’arsenale globale.
Il New START, firmato nel 2010 ed entrato in vigore l’anno successivo, rappresentava la sintesi e l’eredità di mezzo secolo di diplomazia sul controllo degli armamenti. Limitava le testate strategiche operative a 1.550 per parte, fissava un tetto ai vettori di lancio e, soprattutto, prevedeva un sistema di ispezioni reciproche: diciotto l’anno. Non era perfetto, non copriva le armi tattiche, non includeva la Cina. Ma funzionava. E funzionava abbastanza da ridurre dell’oltre 80% l’arsenale russo-americano rispetto al picco apocalittico degli anni Ottanta.
Quel mondo, però, non esiste più. La sospensione delle ispezioni durante la pandemia e il congelamento del trattato deciso da Mosca nel 2023, in risposta al sostegno occidentale all’Ucraina, avevano già svuotato l’accordo della sua linfa vitale. La sua scadenza formale sancisce ora una verità più profonda: la logica del controllo condiviso è stata sostituita dalla logica della competizione aperta.
Il rischio non è soltanto un aumento numerico delle testate. È il ritorno a una mentalità strategica che considera l’arma nucleare non più come deterrente estremo, ma come strumento integrato di potenza. Lo si vede nell’attenuazione delle soglie d’impiego, nello sviluppo di nuove armi “tattiche”, nei missili ipersonici, nella riapertura – evocata esplicitamente da Washington – dell’ipotesi di test nucleari dopo trent’anni di moratoria.
A rendere il quadro ancora più instabile è l’allargamento del gioco. Mentre Stati Uniti e Russia restano dominanti, la Cina ha triplicato il proprio arsenale in pochi anni e punta a una parità strategica entro il prossimo decennio, senza essere vincolata da alcun regime di controllo. A margine, restano le rivalità regionali ad alto rischio: India e Pakistan, la Corea del Nord, l’ambiguità nucleare israeliana, l’ombra iraniana. Tutti fattori che rendono il sistema globale non più bipolare, ma frammentato e imprevedibile.
In questo contesto, l’argomento secondo cui i trattati sarebbero “obsoleti” coglie solo una parte della verità. È vero: molti accordi sono nati in un mondo che non esiste più. Ma è altrettanto vero che l’assenza di regole non produce libertà strategica, bensì instabilità sistemica. I trattati non eliminano il rischio nucleare; lo rendono almeno calcolabile.
La storia insegna che le superpotenze, anche nei momenti di massima ostilità, hanno sempre cercato di mantenere una linea di comunicazione sul nucleare. Non per idealismo, ma per sopravvivenza. La crisi di Cuba del 1962 fu lo shock che generò quella consapevolezza. Oggi, paradossalmente, il pericolo è meno percepito proprio perché più diffuso e tecnologicamente sofisticato.
Il New START era un argine imperfetto, ma reale. La sua scomparsa lascia il mondo più esposto non tanto a una guerra nucleare immediata, quanto a una normalizzazione dell’eccezione, in cui l’arma atomica torna a essere parte del linguaggio ordinario della politica di potenza.
In questo vuoto, l’appello di Papa Leone XIV – che invita a sostituire la logica della paura con un’etica del bene comune – rischia di sembrare una voce isolata. Eppure coglie il punto essenziale: la deterrenza senza dialogo non è stabilità, è solo attesa del peggio.
Forse verrà davvero un nuovo accordo. Ma ogni giorno senza regole condivise è un giorno in cui l’umanità cammina più vicina al bordo, confidando che nessuno inciampi. Una strategia che la storia, più volte, ha dimostrato essere tragicamente fragile.
