L’Ucraina è, al 3 marzo 2026, un paese che ha difeso la propria indipendenza a un costo umano enorme, che è alla vigilia di negoziati di cui non controlla l’esito, e che guarda la guerra in Iran con un sentimento misto: sollievo strategico per il colpo ai fornitori di droni russi, preoccupazione tattica per la concorrenza sulle risorse difensive occidentali, consapevolezza che il proprio destino dipende ancora troppo dalle scelte altrui.Zelensky lo sa. E lo dice, con la precisione di chi ha imparato — nel modo più duro — a leggere la realtà senza illusioni.
Il fronte: quattro anni, venti per cento
A quattro anni esatti dall’invasione su larga scala del febbraio 2022, la guerra in Ucraina è entrata in una fase che gli analisti definiscono con una formula impietosa: equilibrio negativo. La Russia controlla attualmente il 20% del territorio ucraino, ma lo spostamento della linea del fronte è minimo e avviene a costi elevatissimi per entrambe le parti.
Sul campo, la pressione russa non si è allentata. A febbraio le forze russe hanno lanciato 288 missili contro l’Ucraina — un aumento del 113% rispetto ai 135 di gennaio, il numero più alto in un solo mese da quando Kiev ha iniziato a pubblicare questi dati. Un maxi bombardamento sulle centrali energetiche in otto diverse regioni ha causato almeno quattro morti e dodici feriti, con un migliaio di condomini rimasti senza riscaldamento a Kyiv, dove le sirene hanno suonato persino durante la visita del segretario generale NATO Rutte. L’inverno 2025-2026, particolarmente rigido, ha trasformato questa offensiva energetica nella peggiore crisi dell’Ucraina dall’inizio dell’invasione.
Sul fronte diplomatico, il quadro è altrettanto tormentato. I negoziati trilaterali si sono aperti ad Abu Dhabi con le delegazioni russa e americana, mentre si delinea l’ipotesi di un dispiegamento graduale di truppe europee con supporto logistico statunitense come garanzia di sicurezza post-cessate il fuoco. Zelensky si è detto pronto a incontrare Putin e ritiene la pace possibile prima dell’autunno. Ma dall’inizio della guerra le vittime civili documentate dall’ONU hanno superato quota 56.000 tra morti e feriti.
Zelensky e l’Iran: tre pensieri in uno
La posizione di Zelensky sull’attacco americano e israeliano all’Iran è politicamente raffinata — e vale la pena leggerla in tutte le sue sfumature, perché contiene tre messaggi distinti diretti a tre interlocutori diversi.
Il primo è rivolto all’Occidente, ed è di soddisfazione strategica esplicita. Zelensky ha dichiarato: «Non dimentichiamo che l’Iran, attraverso i droni Shahed, è uno dei principali fornitori di supporto militare alla Russia per condurre la guerra contro l’Ucraina. Questo avrà senza dubbio un enorme impatto sulla capacità della Russia di continuare a farlo.» È un punto concreto e verificabile: i droni Shahed iraniani sono stati il principale strumento russo negli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine. Un Iran in guerra, con le proprie fabbriche di droni sotto bombardamento, è un Iran che produce meno Shahed per Mosca.
Il secondo messaggio è rivolto a Washington, ed è di preoccupazione tattica. Zelensky ha avvertito che «se le ostilità in Medio Oriente dovessero protrarsi, ciò avrà sicuramente ripercussioni sulle forniture di munizioni per la difesa aerea» destinate all’Ucraina, aggiungendo di essere «certo» che l’intensità delle ostilità in Iran inciderà sul numero di sistemi di difesa aerea disponibili per Kiev. In altre parole: ben venga il colpo all’Iran, ma non a spese nostre. Le munizioni Patriot e i sistemi intercettori sono limitati — ogni missile sparato nel Golfo è un missile in meno per il cielo ucraino.
Il terzo messaggio è rivolto alla propria opinione pubblica, ed è di lettura geopolitica acuta. Zelensky ha usato la crisi iraniana come lezione di umiltà difensiva: «La situazione in Medio Oriente dimostra quanto sia difficile garantire una protezione al 100% contro missili e droni Shahed. Anche nei Paesi del Golfo, che dispongono di sistemi di difesa aerea migliori di quelli forniti a noi, non riescono comunque ad abbattere tutti i missili balistici.» È un modo di dire ai propri cittadini: vedete che non siamo i soli a essere vulnerabili. E insieme: vedete che abbiamo bisogno di più sistemi, non di meno.
Il nesso che nessuno vuole nominare
C’è un filo che collega Ucraina e Iran che la politica italiana ha cominciato timidamente a nominare. Meloni, intervenendo al Tg5, ha definito l’attuale crisi del diritto internazionale «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino»: «Era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos.»
È un’analisi corretta nella diagnosi, anche se discutibile nelle implicazioni operative. Il ragionamento è: quando si rompe il tabù dell’aggressione territoriale tra Stati senza conseguenze decisive per l’aggressore, si apre una stagione in cui altri attori traggono la propria lezione. L’Iran ha guardato la Russia invadere l’Ucraina. Ha visto che l’Occidente reagisce, ma non fino in fondo. Ha continuato il proprio programma nucleare. Al 3 marzo 2026 non esiste nessuna Terza guerra mondiale formalmente dichiarata, ma esiste un sistema di conflitti che si toccano, si alimentano e coinvolgono direttamente o indirettamente tutte le grandi potenze.
La Russia, dal canto suo, sta analizzando gli sviluppi in Iran per «trarre le conclusioni necessarie», come ha dichiarato il portavoce del Cremlino Peskov. Putin ha definito la morte di Khamenei un «assassinio condotto in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale» — parole che, dette da chi ha invaso l’Ucraina, hanno il sapore dell’ironia involontaria. Ma che segnalano anche una cosa concreta: Mosca ha perso un alleato fondamentale, e sta valutando come cambia il quadro.
