Hormuz, il blocco navale americano e la grammatica del caos: quando la geopolitica diventa il prezzo alla pompa

Economia di guerra / Il collo di bottiglia del pianeta

Il petrolio Brent ha superato i 102 dollari al barile lunedì mattina. Prima della guerra, era a 72. All’apice del conflitto, a marzo, aveva toccato 119. E adesso, dopo un cessate il fuoco fragile, negoziati falliti in Pakistan e un blocco navale ordinato su Truth Social, il mondo si risveglia con una domanda semplice e senza risposta: chi controlla lo stretto di Hormuz controlla l’economia globale. E nessuno, in questo momento, controlla davvero Hormuz.

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C’è una parola che gli analisti di mercato usano nei momenti in cui la realtà supera i loro modelli: incertezza. Non rischio — il rischio è calcolabile, ha una probabilità, si può assicurare. L’incertezza è un’altra cosa: è la condizione in cui non sai nemmeno cosa non sai, in cui le variabili che determinano il futuro sono così numerose e così interconnesse che ogni previsione è essenzialmente una scommessa.

L’analista Fiona Cincotta di City Index ha sintetizzato la situazione con la chiarezza di chi ha smesso di cercare conforto nei numeri: “Si tratta di un’inversione assoluta rispetto a qualsiasi ottimismo che esisteva prima dei negoziati di pace.” E poi ha aggiunto: “Penso che soprattutto in questo scenario, il mercato stia avendo difficoltà a stabilire correttamente i prezzi, perché c’è molta incertezza, molte incognite.”

Molte incognite. È il modo educato degli economisti per dire: non abbiamo la minima idea di dove andrà a finire.

LA CARTOGRAFIA DEL COLLO DI BOTTIGLIA

Per capire cosa sia in gioco bisogna prima capire cosa sia Hormuz — non geograficamente, ma economicamente e strategicamente.

Prima della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, lo stretto di Hormuz convogliava il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto del mercato mondiale. Non il 20% del petrolio iraniano. Non il 20% del petrolio del Golfo Persico. Il 20% di tutto il petrolio e il gas che muove il pianeta — le acciaierie cinesi, i riscaldamenti europei, le automobili americane, le centrali elettriche giapponesi. Un quinto dell’energia globale passa per uno stretto largo, nel punto più ristretto, quaranta chilometri.

È la vulnerabilità strutturale più grande dell’economia mondiale — più grande di qualsiasi dipendenza tecnologica, più grande di qualsiasi debito sovrano. E l’Iran, con la sua posizione geografica, la controlla come un rubinetto. Non completamente, non unilateralmente — ma abbastanza da poter minacciare di chiuderlo ogni volta che le sue aspettative non vengono soddisfatte.

Prima del conflitto, fino a 140 navi al giorno transitavano nella regione. Lunedì mattina, solo 2 navi collegate all’Iran hanno tentato di transitare, contro 4 il giorno prima. Da centoquaranta a due. È la misura del collasso.

IL BLOCCO ORDINATO VIA SOCIAL MEDIA

Il confuso ordine del presidente Donald Trump di bloccare la navigazione nello stretto di Hormuz ha fermato il traffico già minimo sulla strada che, prima della guerra, convogliava il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto dal mercato.

La parola “confuso” merita attenzione. Non è un giudizio politico — è una descrizione tecnica. Il blocco è stato annunciato su Truth Social. Poi la Marina ha chiarito che riguardava le navi dirette ai porti iraniani, non tutto il traffico. Poi Trump ha scritto un secondo post parlando di blocco dei porti iraniani — formula diversa dalla prima. Poi la Marina ha emesso una nota precisando che il blocco non impedirebbe il traffico neutrale verso destinazioni non iraniane.

In pratica, le navi da guerra statunitensi pattugliano le aree di transito e segnalano via radio che sono chiuse. Se la nave commerciale non si ferma o non fa marcia indietro, può essere avvicinata da motoscafi ed elicotteri e sequestrata. In casi estremi, può verificarsi l’uso della forza.

Una petroliera con bandiera panamense, carica di greggio kuwaitiano, diretta in Giappone, che ha accettato di pagare il pedaggio iraniano in criptovalute — rientra nel blocco o no? La risposta dipende dall’interpretazione del momento. E quando le interpretazioni cambiano di ora in ora su un social network, le compagnie di navigazione fanno l’unica cosa razionale: fermano le navi e aspettano.

L’annuncio da parte degli Stati Uniti di piani per bloccare lo stretto di Hormuz porta maggiore incertezza alla situazione. I transiti attraverso lo stretto sono aumentati negli ultimi giorni, ma rimangono ben al di sotto dei livelli pre-crisi”, ha dichiarato la società di intermediazione Clarksons.

IL PEDAGGIO IN CRIPTOVALUTE E LA LOGICA DEL RUBINETTO

L’Iran non si è limitato a subire il blocco. Ha costruito, nelle settimane precedenti, la propria forma di controllo — più sottile, più creativa e, a suo modo, più interessante giuridicamente.

Invece di riaprire il passaggio come concordato durante la tregua, Teheran ha stabilito una rotta che si dice eviti le mine poste dalla teocrazia e passi attraverso le sue acque territoriali. Di conseguenza, una petroliera deve pagare in criptovalute 1 dollaro per ogni barile di petrolio trasportato.

È una mossa di rara eleganza tattica. L’Iran non chiude lo stretto — sarebbe un atto di guerra esplicito. Lo monetizza. Trasforma la minaccia in pedaggio, il blocco in tariffa, la coercizione in servizio. Ogni petroliera che paga valida implicitamente la sovranità iraniana su quelle acque. Ogni dollaro in criptovalute che arriva a Teheran è una piccola vittoria nella guerra narrativa — la dimostrazione che, nonostante cinquantadue giorni di bombardamenti, l’Iran conserva qualcosa di strategicamente prezioso.

Trump ha risposto ordinando il blocco di qualsiasi nave che avesse pagato il pedaggio. Il che significa che, nella catena logica degli eventi, il vero oggetto del contendere non è più il programma nucleare o il cambio di regime o la sicurezza di Israele. È chi decide chi può passare per un tratto di mare largo quaranta chilometri.

I NUMERI CHE RACCONTANO IL CAOS

Il Brent ha raggiunto i 119,42 dollari all’inizio della guerra, il 9 marzo. Prima dello scoppio della guerra, il barile era scambiato a 72 dollari. Poi, con il cessate il fuoco, era sceso a 94. Poi, con il fallimento dei negoziati di Islamabad, è risalito oltre i 102.

Il contratto di giugno non ha superato i 100 dollari da martedì scorso, quando aveva raggiunto i 111,80 dollari.

Questi numeri non sono solo dati finanziari. Sono l’inflazione che si accumula sulle bollette europee. Sono il costo della benzina alle pompe americane che Trump aveva promesso di abbassare. Sono il prezzo del gasolio nei camion che portano il cibo nei supermercati. Sono, in ultima analisi, il prezzo politico di una guerra che il presidente americano non sa come concludere.

Il piano suggeriva anche che Trump fosse disposto a rischiare un’interruzione prolungata delle forniture, nonostante l’impennata dei prezzi della benzina e del diesel negli Stati Uniti.

Nonostante l’impennata dei prezzi. È il dato che sfida ogni razionalità elettorale. Un presidente americano che rischia un aumento del prezzo della benzina — la cosa politicamente più tossica che esista negli Stati Uniti, la cosa che ha distrutto presidenze, che muove le elezioni più di qualsiasi altro indicatore economico — per mantenere un blocco navale la cui utilità strategica è contestata dagli stessi analisti americani.

GLI ALLEATI CHE NON CI SONO

Trump ha dichiarato che avrebbe avuto l’aiuto di altri Paesi nel suo blocco, senza nominarli. Per il momento, gli alleati europei respingono il blocco. Il Regno Unito e la Francia si incontreranno per discutere della situazione, ma il primo ministro britannico Keir Starmer ha ribadito che “questa non è la nostra guerra” e che non parteciperà a missioni offensive.

“This is not our war.” Quattro parole che pesano quanto un trattato. Il primo ministro britannico — del paese che per decenni è stato il più fedele alleato militare degli Stati Uniti, che ha seguito Washington in Iraq, in Afghanistan, in Libya — dice pubblicamente che non parteciperà. Non esprime riserve, non chiede consultazioni, non invoca l’articolo 5. Dice no.

È la misura della solitudine americana in questa avventura. Una guerra iniziata senza l’autorizzazione del Congresso, senza il supporto degli alleati, senza una chiara strategia di uscita — e adesso con un blocco navale che l’Europa non riconosce e che rischia di danneggiare l’economia globale più di quanto non danneggi l’Iran.

Dal punto di vista legale, il blocco è previsto in caso di conflitto se non punisci la popolazione civile. Il problema è che gli Stati Uniti sono in una tregua con l’Iran, il che rende la loro azione nebulosa ai sensi del diritto internazionale.

Un blocco navale in tempo di tregua, non riconosciuto dagli alleati, contestato nel diritto internazionale, annunciato su Truth Social. È la sintesi di una politica estera che ha sostituito la strategia con l’improvvisazione e la diplomazia con la pressione.

LA RISPOSTA IRANIANA E IL BAB EL-MANDEB

L’Iran non si è limitato a proclamare il blocco ridicolo. Ha alzato la posta.

Vali Nasr, ex funzionario del governo degli Stati Uniti e professore alla Johns Hopkins University, ritiene che il blocco non avrà alcun impatto sull’Iran. “Per gli iraniani, questo non è un problema, prolunga il controllo sull’economia globale. E gli iraniani potrebbero chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb e quindi gli Stati Uniti dovrebbero affrontarlo.”

Il Bab el-Mandeb. Lo stretto tra Yemen e Gibuti che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano — un altro collo di bottiglia del commercio globale, un altro punto dove una minaccia militare si traduce immediatamente in inflazione mondiale. Se Hormuz è il rubinetto del petrolio del Golfo, Bab el-Mandeb è il rubinetto del commercio tra Europa e Asia. Chiuderli entrambi significherebbe un’interruzione del sistema economico globale di proporzioni che nessuno vuole realmente quantificare.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato: “In intense trattative di alto livello, le più recenti in 47 anni, l’Iran si è arruolato con gli Stati Uniti in buona fede per porre fine alla guerra. Ma, a pochi passi dal Memorandum d’intesa di Islamabad, ci siamo scontrati con massimalismo, continui cambiamenti di obiettivi e blocchi. Non è stata imparata alcuna lezione.”

Non è stata imparata alcuna lezione. È la frase che brucia di più — non perché sia necessariamente vera nella sua totalità, ma perché descrive con precisione l’impressione che il mondo ha di questa crisi: due potenze che si avvicinano a un accordo, poi lo sabotano, poi si accusano a vicenda, mentre il prezzo del petrolio sale e i civili da Gaza al Libano continuano a morire.

L’ESCALATION CHE GENERA ESCALATION

“L’escalation tende a generare più escalation”, ha valutato Kevin Book di ClearView Energy Partners.

È la legge fondamentale dei conflitti armati che si trasformano in crisi economiche: ogni mossa genera una contromossa, ogni minaccia richiede una risposta, ogni risposta alza la soglia di ciò che è accettabile. E mentre la spirale sale, i mercati cercano di prezzare un futuro che nessuno sa scrivere.

Matthew Ryan di Ebury ha offerto la lettura più ottimistica disponibile: “I mercati stanno cercando di sfilare il vortice di titoli, ma sembra che gli Stati Uniti stiano pensando di riprendere gli attacchi limitati contro l’Iran. Almeno finora i mercati stanno affrontando la notizia relativamente bene. Ciò suggerisce che gli investitori potrebbero vedere la rottura delle negoziazioni più come un ostacolo lungo la strada e un segnale di gioco di pressione, piuttosto che come qualcosa che potrebbe necessariamente ostacolare il percorso verso la pace.”

Un ostacolo lungo la strada. Il mercato scommette che sia così. Che il blocco sia una tattica negoziale, non una strategia di guerra permanente. Che Trump voglia uscire da questa guerra impopolare, che l’Iran voglia preservare ciò che resta delle sue infrastrutture, che il mondo abbia abbastanza paura dell’alternativa da spingere entrambe le parti a tornare al tavolo.

Forse è così. Forse lunedì prossimo i negoziati riprenderanno e il Brent tornerà a scendere e le navi torneranno a transitare per Hormuz a centoquaranta al giorno.

O forse lo stretto che stringe il mondo continuerà a stringere — un barile alla volta, un punto di inflazione alla volta, un bolletta della benzina alla volta — finché qualcuno, da qualche parte, troverà il coraggio di dire che c’è un limite al prezzo che il pianeta può permettersi di pagare per questa partita a scacchi.

Nel frattempo, il Brent è a 102 dollari. E le due navi che hanno tentato di transitare lunedì mattina aspettano ancora una risposta.

Il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto del pianeta passava per quello stretto largo quaranta chilometri. Adesso ci passano due navi al giorno invece di centoquaranta. Trump ha ordinato il blocco via social media. L’Iran ha risposto chiamandolo ridicolo e minacciando di chiudere il Bab el-Mandeb. Gli alleati europei si sono sfilati. E i mercati — quei termometri cinici e precisi dell’angoscia collettiva — hanno fatto quello che fanno sempre quando la razionalità politica si esaurisce: hanno prezzato l’incertezza