C’è una parola che Giorgia Meloni usa spesso, con la sicurezza di chi sa che il suono conta più del contenuto: cristallino. Il mio impegno contro ogni mafia, scrive la presidente del Consiglio in un mattutino sfogo social, è «cristallino, coerente, duraturo». Peccato che il cristallo, per sua natura, lasci vedere attraverso.
E quello che si vede, guardando attraverso la vicenda Hydra, non è esattamente un quadro limpido.
Gioacchino Amico non è un personaggio qualunque finito per caso in una fotografia. È — secondo gli inquirenti milanesi che lo ritengono credibile al punto da costruirci sopra un’inchiesta — il grand commis del Consorzio di mafie al Nord, l’uomo in doppio petto che gestiva i rapporti tra il clan Senese e il mondo degli affari, delle istituzioni, della politica. Da febbraio è collaboratore di giustizia. E quello che ha raccontato, nei cinque verbali pieni di omissis che hanno già fatto tremare più di un palazzo, non assomiglia affatto alla storia di un outsider che si è intrufolato per caso nella vita pubblica italiana.
Assomiglia, piuttosto, alla storia di qualcuno che in quel mondo ci stava benissimo.
Meloni ha ragione su una cosa: in decenni di politica, chiunque accumula migliaia di selfie con persone sconosciute. È la fisiologia della vita pubblica. Ma il problema non è il selfie. Non è mai stato il selfie. Il problema è che Amico, stando agli atti dell’inchiesta, non era uno sconosciuto che si avvicinava sul palco per una foto ricordo. Era qualcuno che, sempre secondo gli inquirenti, aveva libero accesso alla Camera dei deputati — senza che nessuno sappia ancora dire come, o voglia ricordarselo. Era qualcuno che, nelle intercettazioni del 2021, commentava euforico le nomine del governo Draghi come se stesse leggendo i risultati di un investimento andato a buon fine. «Il mio caro amico Molteni è diventato sottosegretario, olé». Non il tono di chi conosce un nome dai giornali. Il tono di chi conosce un numero di telefono a memoria.
E qui conviene sgombrare il campo da un equivoco comodo. La vicenda Hydra non è una storia di Fratelli d’Italia. È una storia del centrodestra italiano nel suo complesso, nella sua architettura di relazioni, nelle sue filiere di potere che attraversano partiti diversi come una rete idrica attraversa i muri di un palazzo. Amico cita Molteni della Lega con l’entusiasmo di chi parla di un vecchio sodale. Cita Mulè di Forza Italia — «lo conosco personalmente» — e Brunetta, raggiungibile tramite Caon. Cita Alfano, «perché lui è proprio vicino a casa mia». Nessuno di loro è indagato, sia chiaro: la precisazione è doverosa e va ripetuta ogni volta. Ma la domanda che rimane sospesa nell’aria, densa come l’umidità prima di un temporale, non riguarda le indagini. Riguarda il senso politico di tutto questo. Riguarda il tipo di ecosistema che ha reso possibile che un uomo come Amico si muovesse con tale disinvoltura tra parlamentari, segreterie, corridoi istituzionali.
Meloni attacca i giornali che hanno ripreso la notizia di Report — Il Fatto, Repubblica, Fanpage — definendoli una «redazione unica» al servizio di interessi di partito. È la risposta classica di chi non vuole rispondere: spostare il bersaglio, fare della stampa il problema. Ma Report non ha inventato le intercettazioni. Non ha costruito i verbali. Non ha suggerito agli inquirenti di scrivere nero su bianco, il 28 marzo 2023, che Michele Senese — ‘O Pazzo, il capo del clan romano, pericoloso «più dei corleonesi» secondo il figlio Vincenzo — è stato iscritto per associazione mafiosa dai pm milanesi in relazione agli affari al Nord. Questi sono atti giudiziari. Esistono a prescindere da qualsiasi redazione.
La premier rivendica l’impegno del suo governo contro la mafia: il 41-bis salvato, i boss in cella. È vero, ed è giusto riconoscerlo. Ma la coerenza antimafia non si misura solo nelle misure di rigore carcerario. Si misura anche nella qualità delle frequentazioni, nella trasparenza sugli accessi alle istituzioni, nella capacità di fare domande scomode ai propri dirigenti invece di alzare scudi compatti non appena la notizia diventa imbarazzante. Il governo ha fatto quadrato intorno alla premier: Tajani parla di accuse «infamanti», Crosetto di «modi falsi e scorretti». Nessuno, nel centrodestra, sembra disposto a chiedersi come sia stato possibile che l’emissario di un clan mafioso si aggirasse con tale naturalezza tra i palazzi della Repubblica.
In Fratelli d’Italia, invece, è partita una silenziosa caccia all’uomo: chi fece entrare Amico a Montecitorio? Le delibere dei questori, provvidenzialmente, non lasciano traccia degli ingressi come ospite, per «ragioni di privacy». Una privacy che tutela, in questo caso, non tanto i cittadini quanto chi preferisce che certi incontri restino nell’ombra. L’ex parlamentare forzista Roberto Caon, sentito dal Fatto, ammette di aver conosciuto Amico, di averlo incontrato a Roma, e aggiunge, con una franchezza che sa di calcolo: «Può essere che lo abbia portato dentro ma non me lo ricordo». Non me lo ricordo. Una delle frasi più italiane che esistano, quella. Non è un’amnesia: è un’arte.
Quello che resta, al fondo di questa storia, è un’immagine più nitida di qualsiasi selfie. È l’immagine di un sistema politico che ha convissuto per anni con figure come Amico non perché fosse ingenuo, ma perché era comodo. Perché le reti di relazione, in Italia, non chiedono mai troppo dei nodi che le compongono. Perché il tessuto connettivo del potere è fatto di favori, di accessi, di avvocati sistemati nelle segreterie, di nomi sussurrati nei corridoi giusti. E in quel tessuto, evidentemente, c’era spazio anche per il grand commis del Consorzio di mafie.
Meloni dice di non essere una persona che si fa intimidire dagli «squallidi attacchi di gente in malafede». Nessuno vuole intimidirla. Le si chiede soltanto di rispondere. Non ai giornali. Agli italiani.
