Governare non è voler comandare

Se fosse solo una legge elettorale, basterebbe una discussione tecnica. Ma qui il punto è politico, e perfino istituzionale: un premio di governabilità che scatta sopra il 40% e regala 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, in una legislatura chiamata a eleggere il prossimo Capo dello Stato, può trasformarsi in una riforma “passepartout”: ti mette al riparo a Palazzo Chigi nel 2027 e, due anni dopo, può spalancarti — senza troppi negoziati — la porta del Quirinale.  


La politica italiana ha un talento: quando vuole cambiare le regole del gioco, lo fa sempre invocando una virtù superiore. Moralità, efficienza, stabilità. Stavolta la virtù si chiama “Stabilicum”, nomignolo che suona come una bevanda digestiva: promette di mettere ordine, ma l’effetto collaterale è che, a furia di “stabilizzare”, rischia di cementare.

La vera notizia non è il nome — che pure è un piccolo capolavoro di marketing istituzionale — ma l’ambizione del congegno. Non è una riforma per far funzionare meglio la democrazia; è una riforma che, se passa così com’è, può diventare un asso pigliatutto: blinda il governo, stringe il Parlamento, e riduce la necessità di accordi con chi sta fuori dalla stanza dei bottoni.  

Dario Franceschini, nell’odierna intervista su Repubblica, la mette giù senza cerimonie: “vogliono comandare, non governare”. Parole dure, certo, ma coerenti con la traiettoria che lui intravede: elettorale + premierato + separazione delle carriere, tutte riforme che, nel racconto dell’opposizione, puntano a diminuire i contrappesi. Si può essere d’accordo o no, ma la questione non è psicologica (“cosa ha in testa Meloni?”): è meccanica. E la meccanica è spietata: se costruisci un sistema che moltiplica il peso del primo arrivato, poi non stupirti se il primo arrivato tende a considerare gli altri un intralcio.  

Il “passepartout”, appunto. Perché il premio di governabilità – 70 seggi in più alla Camera, 35 al Senato, con liste bloccate e senza preferenze – non è un semplice correttivo. È un acceleratore. Con una soglia che, nelle ricostruzioni circolate, può fermarsi al 40%, il salto potenziale diventa enorme: da una maggioranza relativa a un controllo parlamentare che somiglia a una maggioranza “di sistema”. E quando lo fai nella legislatura che elegge il Capo dello Stato, la faccenda smette di essere una disputa tra partiti e diventa una questione di architettura repubblicana.  

Massimo Giannini lo scrive con la crudezza dei numeri: con l’esito massimo previsto, la coalizione vincente potrebbe arrivare a 386 grandi elettori su 663, contando parlamentari e delegati regionali; quindi circa il 58% del corpo elettorale che sceglie il Presidente della Repubblica. Tradotto: al quarto scrutinio (quota 332) ci sarebbe un margine di sicurezza attorno a 50 voti. Non “un vantaggio”: un’autostrada. E senza l’affanno di trovare accordi con un pezzo di minoranza, e perfino con minore paura dei franchi tiratori, perché il cuscinetto diventerebbe largo.  

Ed è qui che la contestazione diventa inevitabile: la stabilità, così concepita, non serve a far durare meglio i governi. Serve a rendere più facile la conquista dei gangli di garanzia. Non è scandaloso che la destra possa esprimere un Presidente della Repubblica: fa parte dell’alternanza. Lo scandalo, semmai, è cambiare le regole in modo che quella scelta possa avvenire in solitudine, come se il Quirinale fosse un premio accessorio del vincitore, un upgrade istituzionale “in bundle” con Palazzo Chigi.  

La chiamano governabilità, ma il cuore del progetto – letto con malizia o semplicemente con realismo – assomiglia a una “capocrazia”: il leader come centro di gravità permanente, il Parlamento come cinghia di trasmissione, i corpi intermedi come fastidio fisiologico. E in questa cornice persino le smentite (“il Colle non è nel mio radar”) diventano parte del gioco: non perché siano false, ma perché in politica le ambizioni non si annunciano, si predispongono.  

Il problema, alla fine, non è una riforma “di destra”. È una riforma di maggioranza pensata per rendere meno necessario il confronto con le minoranze e più automatico il comando di chi vince. Cioè l’esatto contrario della grammatica repubblicana, che non è un inciampo: è una scelta di civiltà. La stabilità è un bene quando nasce dal consenso; diventa un rischio quando nasce da un moltiplicatore che trasforma il 40% in quasi tutto.