L’esercito israeliano ha fatto saltare il principale ponte sull’autostrada che collega Tiro al resto del Paese. Il presidente Aoun lancia l’allarme. Intanto Netanyahu chiama gli alleati a colpire l’Iran, e Trump mette nel mirino le centrali nucleari di Teheran.


Un ponte che vola in aria, un Paese che viene tagliato in due. Israele ha bombardato domenica l’autostrada che connette Tiro — la più grande città del Libano meridionale — con il resto del territorio nazionale, facendo esplodere il principale viadotto sul fiume Litani, il corso d’acqua che scorre a circa 30 chilometri dal confine israeliano e che divide geograficamente il sud del Paese dal resto.

Non è un episodio isolato. È il quarto ponte sul Litani distrutto nell’arco di una settimana, dentro un’operazione dichiarata e sistematica. L’esercito israeliano lo aveva annunciato senza ambiguità: verranno abbattute tutte le strutture che attraversano il fiume. La motivazione ufficiale è impedire a Hezbollah di rifornire le proprie milizie nel sud, dove le truppe israeliane combattono per consolidare quello che definiscono una “zona di sicurezza” oltre confine.

Il portavoce militare in arabo, Avichay Adraee, ha diramato domenica mattina una serie di comunicati alla popolazione civile: «Per impedire il trasferimento di equipaggiamenti di combattimento, l’esercito attaccherà il ponte di Qasmieh. Per la vostra sicurezza, continuate a spostarvi verso nord». Un avvertimento che suona anche come un ultimatum: chi resta nel sud lo fa a proprio rischio.

La risposta del presidente libanese Joseph Aoun è stata immediata e durissima. Aoun — che fino all’inizio del 2025 era il comandante dell’esercito regolare libanese durante l’offensiva israeliana del 2024 — ha denunciato un tentativo deliberato di «interrompere la continuità territoriale del Libano» e ha usato parole nette: la distruzione di queste infrastrutture «è l’anticamera di un’invasione terrestre». Una lettura che non è difficile condividere: isolare geograficamente il sud del Paese, recidere le arterie logistiche, intimare alla popolazione civile di evacuare — sono i movimenti classici che precedono un’avanzata militare.

Mentre il Libano guarda ai suoi ponti che crollano, il quadro regionale si fa ancora più instabile. Benjamin Netanyahu ha chiamato altri Paesi ad unirsi all’offensiva contro l’Iran, affermando in visita ad Arad — colpita da un missile iraniano — che Israele sta «schiacciando» Teheran. Dal canto suo, Donald Trump ha alzato ulteriormente la posta: ha minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane se lo stretto di Ormuz non fosse stato «completamente aperto» entro 48 ore dalla mezzanotte di sabato. La risposta iraniana è arrivata tramite il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, che ha avvertito che le infrastrutture critiche e gli impianti energetici di tutta la regione potrebbero subire danni «irreversibili» in caso di attacco alle centrali di Teheran.

Tre fronti che si alimentano a vicenda: il sud del Libano che viene lentamente amputato dal resto del proprio Paese, una guerra aerea e di nervi tra Israele e Iran, e gli Stati Uniti che giocano la carta delle minacce energetiche sullo stretto che muove il 20% del petrolio mondiale.

Tiro, stretta fra le macerie del ponte e il mare, aspetta di capire cosa succederà domani.