Un Angelus dal tono profetico, attraversato da parole dure contro le logiche di potenza e da un appello radicale alla dignità umana come fondamento della pace. Papa Leone XIV, affacciato alla finestra del Palazzo Apostolico, prima e poi al termine della preghiera mariana in piazza San Pietro, ha unito Vangelo, storia e ferite del presente, indicando con chiarezza una linea che suona come una critica frontale a ogni forma di imperialismo economico e militare.

“Continuiamo a pregare per la pace. Le strategie di potenza economica e militare ce lo insegna la storia, non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”, ha detto il Pontefice con evidente benchè implicita critica alla politica imperialista del suo paese natale, gli Stati Uniti, lasciando cadere parole che non si limitano a un auspicio spirituale ma chiamano in causa i meccanismi profondi che governano il mondo. La pace, nel magistero di Leone XIV, non nasce dall’accumulo di forza, dal dominio dei mercati o dalla supremazia delle armi, ma da relazioni giuste tra i popoli, dal riconoscimento reciproco, dalla dignità condivisa.

Prima dell’Angelus, commentando il Vangelo della V Domenica del Tempo Ordinario, il Papa aveva già toccato una ferita esistenziale che è anche sociale. “Quante persone – forse è capitato anche a noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità”. In queste parole risuona la denuncia di una cultura che scarta, che considera inutili i fragili, i poveri, i vinti di un sistema economico che misura il valore delle persone in base alla produttività.

Leone XIV ha indicato una via alternativa, profondamente evangelica e concretamente controcorrente. “Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo. Sono infatti gesti concreti di apertura agli altri e di attenzione quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente”. E ha ricordato come lo stesso Gesù, nel deserto, sia stato tentato da strade di potere e di successo: “Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi”.

È qui che la riflessione spirituale si salda con la denuncia delle logiche dominanti. Il Papa ha ricordato che Cristo “respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”. Da questa scelta nasce una comunità diversa, capace di essere segno nel mondo: “Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace”.

Al termine dell’Angelus, il Papa ha legato in modo esplicito il tema della pace alla Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, che si celebra nella memoria di Santa Giuseppina Bakhita. “Oggi memoria di Santa Giuseppina Bakhita si celebra la giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”.

Parole “davvero forti”, perché nominano senza ambiguità una delle più gravi violazioni della dignità umana nel mondo contemporaneo. La tratta di persone – ha ricordato il Papa – non è una piaga marginale, ma una ferita strutturale che prospera proprio dove regnano guerra, povertà, sfruttamento e migrazioni forzate. La pace, ha insistito Leone XIV, non può esistere finché esseri umani vengono comprati, venduti, ridotti a merce.

In questo orizzonte si colloca anche il tema di quest’anno della Giornata internazionale: “La pace comincia dalla dignità: un appello globale per porre fine alla tratta di persone”. Una formula che trova carne e storia nel racconto di Rahil, giovane donna del Darfur, separata dalla madre durante la guerra in Sudan, esposta al rischio dei trafficanti, salvata grazie all’impegno di religiose e operatori, fino al ricongiungimento che ha restituito dignità e futuro. Un abbraccio diventato segno concreto di pace possibile.

La memoria di Santa Giuseppina Bakhita, ridotta in schiavitù da bambina e poi testimone di libertà e fede, attraversa così l’Angelus di Leone XIV come un filo rosso. La sua storia, ha ricordato il Papa, continua a ispirare l’impegno della Chiesa accanto a chi non ha voce, a chi viene scartato da un sistema che produce ricchezza per pochi e sofferenza per molti.

In un mondo segnato dall’aumento dei casi di tratta, soprattutto a danno di donne e ragazze, il messaggio del Papa suona come una chiamata alla responsabilità collettiva. La pace non è neutrale, non è astratta, non è compatibile con lo sfruttamento. È una scelta che passa dalla difesa della dignità di ogni persona, dalla rinuncia alle logiche di potenza, dall’impegno quotidiano contro le nuove schiavitù.

Affidando infine questo cammino a Maria, “Porta del cielo”, Leone XIV ha invitato i fedeli a “diventare e rimanere discepoli del suo Figlio”, capaci di una pace che non nasce dall’impero, ma dalla fraternità. Una pace che comincia, oggi, dalla dignità.

La pace che nasce dalla dignità: il Papa contro la tratta di persone

La pace non è solo assenza di guerra, ma riconoscimento concreto della dignità di ogni essere umano, afferma il messaggio di Papa Leone XIV in occasione della XII Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, celebrata come un appello globale a porre fine a uno dei crimini più gravi contro l’umanità.

Nel suo messaggio, il Pontefice richiama le parole del Cristo risorto – «Pace a voi» – per ribadirne il significato autentico e radicale: non una pace imposta dalle armi o fondata sul dominio, ma una pace che germoglia dal riconoscimento della dignità donata da Dio a ogni persona. In un contesto internazionale segnato da un’escalation di violenze e conflitti armati, il Papa denuncia con forza una logica che riduce la perdita di vite umane a “danni collaterali”, sacrificati sull’altare di interessi politici ed economici.

È la stessa logica di disprezzo per la vita umana – sottolinea il messaggio – ad alimentare il fenomeno della tratta di persone. Guerre, instabilità geopolitica, povertà crescente e disuguaglianze sociali creano infatti il terreno fertile per le reti criminali che sfruttano le persone più vulnerabili: migranti, rifugiati, sfollati. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto donne e bambini, vittime di un commercio disumano che si insinua nelle pieghe della fragilità sociale.

Particolarmente inquietante è il riferimento alla cosiddetta “schiavitù informatica”, una nuova frontiera dello sfruttamento umano. Attraverso frodi online, attività criminali e traffici illeciti, molte persone vengono attirate con false promesse e poi costrette a diventare strumenti di reato, subendo una violenza che non è solo fisica o economica, ma anche morale e spirituale. Non si tratta di episodi isolati, avverte il Papa, bensì di segnali di una cultura che ha smarrito la capacità di amare come ama Cristo.

Di fronte a questa realtà, il Pontefice indica due vie irrinunciabili: la preghiera e la riflessione. La preghiera è definita come una “piccola fiamma” da custodire nel mezzo della tempesta dell’indifferenza, una forza silenziosa capace di alimentare la resistenza all’ingiustizia. La riflessione, invece, permette di smascherare i meccanismi nascosti dello sfruttamento, non solo nei contesti lontani ma anche nei nostri quartieri e negli spazi digitali che abitiamo quotidianamente.

Il messaggio si chiude con un ringraziamento sentito a quanti operano accanto alle vittime della tratta: reti ecclesiali, organizzazioni internazionali, volontari e operatori che, come “le mani di Cristo”, si fanno prossimi a chi soffre. Un pensiero speciale è rivolto ai sopravvissuti, che trasformano il proprio dolore in impegno a favore di altri, testimoniando che la speranza può rinascere anche dalle ferite più profonde.

Affidando la Giornata all’intercessione di Santa Giuseppina Bakhita, simbolo vivente di liberazione e speranza, Papa Leone XIV invita l’umanità a camminare verso una pace “disarmata e disarmante”, radicata nel pieno rispetto della dignità di tutti. Una pace che non si limita a denunciare il male, ma chiede conversione, responsabilità e azioni concrete, perché solo riconoscendo ogni persona come figlia amata di Dio è possibile spezzare davvero le catene della tratta e costruire un futuro più umano.

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Foto: Statua di Santa Bakita che libera gli schiavi