La Suprema Corte gli ricorda che i dazi non sono un capriccio presidenziale ma materia del Congresso; lui risponde con minacce e delegittimazione, vantandosi di poter “distruggere” economie e Paesi come se la Casa Bianca fosse un’arma commerciale senza freni. È il trumpismo allo stato puro: quando la legge pone un limite, la trasforma in complotto; quando l’ordine democratico chiede regole, pretende obbedienza. E intanto lascia in eredità il conto — miliardi incassati e da restituire, imprese nel caos, alleati ricattati — di una politica estera ridotta a show e di una Costituzione trattata come intralcio personale.
C’è un tratto costante nell’arte politica di Donald Trump: quando la legge gli dice “no”, lui risponde alzando la voce e abbassando l’asticella del linguaggio pubblico. La decisione della Corte Suprema (6–3) che gli nega l’uso dell’IEEPA per imporre dazi su vasta scala non è stata trattata come ciò che è — un chiarimento costituzionale sui limiti dell’esecutivo — ma come un affronto personale. E così, ancora una volta, il presidente ha messo in scena il copione più pericoloso per una democrazia: delegittimare l’arbitro perché non fischia a favore.
È qui che il vetriolo diventa dovere di buon senso. Perché non stiamo parlando di un litigio tra poteri dello Stato in astratto. Stiamo parlando di un presidente che ha costruito una parte decisiva della propria identità politica sull’idea che l’“emergenza” sia una leva universale: basta pronunciare la parola e, come per magia, la Costituzione dovrebbe farsi da parte. La Corte, invece, ha ricordato una banalità che oggi suona rivoluzionaria: tassare è un atto legislativo; e se il Congresso non ha consegnato al presidente un potere tariffario illimitato, nessun “stato d’emergenza” può convertirlo in diritto.
Ma la reazione trumpiana — insulti, accuse, sospetti di influenze straniere, attacchi ai giudici, promessa di aggirare la decisione con altre norme e una nuova tariffa generalizzata del 10% per 150 giorni (Section 122) — mostra il nodo vero: non i dazi, il comando. Il problema, per Trump, non è la politica commerciale: è l’idea che debba esistere un confine invalicabile tra volontà presidenziale e processo democratico. Se quel confine resiste, lui lo descrive come “vergogna”; se cede, lo chiama “leadership”.
E mentre il presidente recita il ruolo dell’uomo forte “legato dalle toghe”, l’America reale resta con il conto in mano. Perché i dazi non sono slogan: sono contratti riscritti, catene logistiche spezzate, listini ritoccati, investimenti congelati. Soprattutto, sono soldi: la Corte ha messo in bilico circa 133,5 miliardi di dollari incassati grazie a quelle tariffe, senza indicare come gestire rimborsi e contenziosi. Il risultato non è “America First”, è caos amministrativo: un labirinto di cause, richieste, eccezioni, e una macchina pubblica costretta a riparare un guasto prodotto dall’arroganza di chi scambia la legge per un optional.
Qui si vede la caricatura: Trump ha venduto i dazi come scorciatoia per rifare l’America e perfino per sognare mirabolanti promesse fiscali; ora scopre che le scorciatoie, in uno Stato di diritto, finiscono spesso in un vicolo cieco. E reagisce come reagiscono i leader che non tollerano limiti: non corregge la rotta, accusa il cruscotto. La Corte diventa nemica, il Congresso un intralcio, i partner commerciali “truffatori”, i mercati “traditori”: una geopolitica a colpi di risentimento, dove il potere esecutivo non amministra, ma minaccia.
Il dettaglio più inquietante non è neppure l’annuncio di nuove tariffe: è la concezione che traspare e che perfino alcuni suoi difensori hanno finito per esplicitare, notando che il presidente conserva strumenti più estremi come l’embargo. È una logica da clava: se non posso “tassare”, posso “tagliare”. Come se la politica commerciale fosse un interruttore per punire Paesi e mettere in riga alleati. Ma una superpotenza non può governare il mondo con il lessico del ricatto senza pagare un prezzo: fiducia erosa, alleanze instabili, imprese che investono altrove, e una democrazia che si abitua all’idea che la regola sia un ostacolo, non una garanzia.
In fondo, la sentenza non umilia l’America: la protegge. Umilia, semmai, una cultura politica che pretende di trasformare l’emergenza in normalità e la normalità in plebiscito permanente. Il problema non è che Trump ami i dazi: è che ami l’idea di poterli imporre quando vuole, come vuole, senza mediazioni. E quando la Costituzione gli ricorda che non funziona così, lui non difende l’interesse nazionale: difende il suo ego.
