Ieri la Giornata internazionale del fact-checking

C’è qualcosa di malinconico nel fatto che esista una “Giornata internazionale del fact-checking.” Non perché l’iniziativa non sia meritoria — lo è — ma perché la sua stessa esistenza testimonia una sconfitta. Quando si sente il bisogno di celebrare la verifica dei fatti come se fosse una ricorrenza speciale, significa che verificare i fatti ha smesso di essere l’aria che il giornalismo respira e is diventato un atto di resistenza. Qualcosa che richiede una giornata dedicata, un manifesto, una difesa pubblica.

Ieri, 2 aprile, era quella giornata. E il mondo, con il tempismo beffardo che solo la storia sa esibire, aveva offerto il giorno prima un campionario pressoché completo di ciò contro cui il fact-checking cerca di combattere: un discorso presidenziale americano che confondeva sistematicamente la realtà con la narrazione, il desiderio con il dato, il superlativo con il fatto. Come se l’universo avesse voluto fornire, a beneficio dei giornalisti di tutto il mondo, un esercizio pratico.

Il problema del fact-checking che corregge se stesso

Il fact-checking “si trova oggi attaccato da tutte le parti. Le critiche sono note e in parte legittime: arriva troppo tardi, raggiunge già i convinti, e — paradosso crudele — potrebbe addirittura rafforzare le fake news amplificandone la visibilità nel momento stesso in cui le smentisce.

C’è del vero in tutto questo. La psicologia cognitiva ha documentato con sufficiente robustezza il cosiddetto backfire effect, il meccanismo per cui la smentita di una credenza radicata tende a rafforzarla anziché dissolverla. Siamo animali che proteggono le proprie convinzioni come proteggono i propri figli: con istinto, non con ragione. Le manipolazioni dell’informazione lo sanno e ci giocano sopra con una precisione che i fact-checker faticano a eguagliare, perché le bugie possono essere costruite per compiacere, mentre la verità ha l’ingrato obbligo di essere vera.

Eppure sarebbe sbagliato concludere da questo che il fact-checking sia inutile. Sarebbe come sostenere che i vaccini sono inefficaci perché esistono ancora le malattie. La domanda non è se il rimedio risolve tutto: è se il mondo senza rimedio sarebbe migliore o peggiore.

La disinformazione come arma di guerra

Il contributo più interessante dell’articolo di Talon è quello che sposta il problema dal piano etico a quello strategico. La disinformazione, scrive, non è soltanto una questione di verità e menzogna nel dibattito pubblico democratico. È un’arma. È parte integrante di quello che i teorici militari chiamano guerra ibrida: il conflitto che si combatte prima delle bombe, intorno alle bombe e dopo le bombe, nei cervelli delle popolazioni.

L’esempio che cita è illuminante: in Niger, il capo della giunta militare ha imputato alla Francia un attacco all’aeroporto di Niamey che era stato rivendicato dallo Stato islamico. La bugia ha circolato, ha attecchito, ha alimentato l’ostilità anti-francese. Chi ha smentito? Con quale velocità? Con quale efficacia? E soprattutto: la smentita ha raggiunto le stesse persone che avevano assorbito l’accusa?

Questo è il cuore del problema. La disinformazione viaggia alla velocità dell’emozione. La verifica dei fatti viaggia alla velocità della prudenza. E nella gara tra le due, la prudenza parte sempre in ritardo.

Quando non si sa più chi ha bombardato l’ospedale

C’è una frase nel testo che andrebbe letta con attenzione: “quando non si sa più chi ha bombardato tale ospedale o tale scuola e non restano che raffiche incrociate di informazioni manipolate, come possono le opinioni pubbliche chiedere conto agli autori di tali atti?”

È una domanda che sembra tecnica ma è politica nel senso più profondo del termine. La verità non è soltanto un valore epistemico — la preferenza per la realtà rispetto all’illusione. È la condizione di possibilità della responsabilità. Senza fatti condivisi, non c’è processo. Non c’è giudizio. Non c’è storia nel senso di narrazione verificabile. Rimane soltanto la propaganda di ciascuno, e la forza decide chi ha ragione.

In questo senso, il fact-checking non è un lusso del giornalismo di qualità. È un’infrastruttura democratica, analoga alle strade o alle reti elettriche: invisibile quando funziona, catastrofica quando manca. Talon ha ragione a definirlo “una questione di sicurezza nazionale.” Non è retorica: è una descrizione precisa di ciò che accade quando un’opinione pubblica perde la capacità di distinguere il vero dal falso. Accade che elegga chi sa mentire meglio. Accade che sostenga guerre basate su premesse false. Accade che non sappia più chiedere conto di nulla a nessuno.

Il paradosso della giornata

C’è però un’ironia che vale la pena nominare. La Giornata internazionale del fact-checking viene celebrata, giustamente, da giornalisti, redazioni, agenzie, accademici, istituzioni. Viene celebrata, in altre parole, da chi già crede nella verità come valore. È una festa dei convertiti, una liturgia per i fedeli. Le persone che ne avrebbero più bisogno — quelle immerse negli ecosistemi informativi chiusi, nelle bolle algoritmiche, nelle comunità in cui la realtà condivisa è già stata sostituita da una narrativa alternativa — quelle persone ieri non hanno celebrato nulla. Erano altrove, a leggere altro.

Questo non significa che la giornata sia inutile. Significa che il problema è strutturale, e che nessuna ricorrenza annuale, per quanto ben intenzionata, può sostituire il lavoro quotidiano, capillare, spesso ingrato, di costruire ecosistemi informativi che rendano la verità accessibile e desiderabile. Non soltanto corretta. Desiderabile. Perché il problema non è solo che la gente non sa distinguere il vero dal falso. Il problema è che a volte preferisce il falso, perché il falso le dice quello che vuole sentirsi dire.

La verità come scelta

Il giorno prima della Giornata internazionale del fact-checking, un presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso alla nazione in cui ha detto, tra le altre cose, che l’America produce più petrolio di Arabia Saudita e Russia messe insieme. Non è vero. Lo ha detto comunque. Milioni di persone lo hanno ascoltato. Una parte di loro lo crederà per sempre, indipendentemente da qualsiasi smentita.

Questo è il paesaggio in cui il fact-checking opera. È un paesaggio difficile, a tratti scoraggiante, in cui la velocità della menzogna supera strutturalmente la lentezza della verifica. Ma la risposta non può essere la resa. La risposta è esattamente quella che Talon indica: investire nell’educazione ai media, nel giornalismo locale, nella capacità delle persone di interrogare ciò che leggono, vedono, ascoltano.

La verità non si difende da sola. Richiede lavoro, istituzioni, risorse, coraggio. E richiede, soprattutto, una scelta culturale collettiva: decidere che vivere nella realtà, per quanto scomoda, è preferibile a vivere in una narrazione confortante.

È una scelta che ogni giorno diventa un po’ più difficile da compiere. Ed è esattamente per questo che vale la pena ricordarselo, almeno una volta all’anno, il 2 aprile.