C’è qualcosa di moralmente osceno nel voto con cui l’Assemblea generale dell’Onu ha definito la tratta transatlantica degli schiavi africani come il “più grave crimine contro l’umanità” e ha invitato gli Stati ad aprire percorsi di giustizia riparativa. La risoluzione, promossa dal Ghana, è passata con 123 voti a favore, mentre Stati Uniti, Israele e Argentina hanno votato contro, e 52 Paesi si sono astenuti, tra cui gli Stati dell’Unione europea e il Regno Unito. Il testo non è giuridicamente vincolante, ma chiede anche la restituzione dei beni culturali sottratti in epoca coloniale e l’avvio di negoziati su scuse ufficiali, compensazioni e riforme contro il razzismo sistemico.  

Il fatto che questo segnale sia partito dal Ghana, la terra di Kofi Annan, rende tutto ancora più eloquente. Non è una nazione che chiede vendetta; è una nazione che domanda verità, memoria, riparazione. Il presidente ghanese John Dramani Mahama ha presentato la risoluzione come un cammino di verità e guarigione, non come una faida storica. Eppure proprio l’Occidente che da secoli predica diritti umani, universalismo, civiltà giuridica, quando il discorso arriva alle proprie colpe strutturali improvvisamente balbetta, si astiene, si nasconde, o vota no.  

Qui non siamo davanti a una differenza tecnica di linguaggio diplomatico. Qui siamo davanti a un giudizio morale. Dire no o rifugiarsi nell’astensione, davanti a un testo che chiede di riconoscere fino in fondo la mostruosità della tratta atlantica e di avviare forme di riparazione, significa una cosa molto semplice: si vuole la memoria senza conseguenze. Si accetta la commemorazione, purché non costi nulla. Si tollera il lutto, purché non produca giustizia. Si cita la dignità umana, purché non si tocchino i privilegi accumulati anche attraverso il colonialismo, il saccheggio, la deportazione, la mercificazione di milioni di esseri umani.  

Da cattolici, questo dovrebbe indignarci ancora di più. Perché il cristianesimo non consente di separare la verità dalla conversione. Non basta dire “sì, è stato terribile” e poi girarsi dall’altra parte. Il peccato storico, quando ha lasciato strutture, disuguaglianze, razzismi, impoverimenti, chiede non solo confessione verbale ma anche opere degne di penitenza. E invece gli Stati Uniti hanno votato contro invocando obiezioni sulla gerarchia dei crimini e sul diritto applicato retroattivamente; diversi Paesi europei hanno spiegato l’astensione dicendo di non voler creare una “gerarchia delle atrocità”. È il linguaggio freddo dell’autoassoluzione elegante.  

La verità è più dura: l’Europa colonizzatrice continua ad avere paura non del passato, ma del conto morale del passato. Per secoli ha evangelizzato, commerciato, conquistato, tracciato mappe, imposto lingue, depredato archivi, statue, ori, maschere, memorie. Ha costruito musei anche con il bottino dell’umiliazione altrui. Ora che l’Onu parla apertamente di restituzione dei beni sottratti e di riparazioni, molte capitali europee si ritraggono come se fosse stato violato un tabù. Ma il tabù vero è un altro: il tabù di un’Europa che ama definirsi culla dei diritti solo quando i diritti non incrinano la sua innocenza narrativa.  

Non meno scandaloso è il no dell’Argentina di Javier Milei, tanto più se lo si legge insieme alla torsione anti-migranti impressa dal suo governo. Nel maggio 2025 la presidenza argentina ha annunciato un decreto per irrigidire le regole migratorie, facilitare l’espulsione di stranieri con precedenti penali e imporre nuovi requisiti, inclusa l’assicurazione sanitaria per i viaggiatori; a gennaio 2026 Reuters ha inoltre riferito di colloqui avanzati con gli Stati Uniti per un accordo che permetterebbe di ricevere deportati da Paesi terzi. In questo quadro, il voto contrario di Buenos Aires all’Onu non appare come un incidente, ma come il tassello coerente di una politica che stringe la morsa sui migranti e si allinea alla durezza identitaria del nuovo asse sovranista.  

Il no congiunto di Washington, Tel Aviv e Buenos Aires ha dunque un valore simbolico devastante. Dice che il potente di turno è disponibile a usare il linguaggio della libertà, ma solo finché non gli venga chiesto di riconoscere la storia dalla parte delle vittime. Dice che l’Occidente politico, quando viene chiamato a confrontarsi con la lunga ombra della tratta e del colonialismo, preferisce la contabilità delle scuse a basso costo. Dice, soprattutto, che i migranti di oggi continuano a pagare anche il prezzo delle rimozioni di ieri: prima saccheggiati nei loro continenti, poi respinti alle frontiere, poi sospettati nelle nostre città, poi trasformati in problema di ordine pubblico.

È qui che la coscienza cristiana deve alzare la voce. Perché non si può difendere la sacralità della persona umana a intermittenza. Non si può piangere davanti alle tragedie del Mediterraneo e poi tacere quando i governi alzano muri materiali e morali contro chi fugge da povertà, guerre, desertificazione, debiti storici e sistemi globali costruiti anche sulle fratture del colonialismo. Non si può parlare di fraternità universale e poi avere paura persino della parola riparazione.

Il punto non è distribuire colpe ereditarie a individui nati secoli dopo la tratta. Il punto è riconoscere che esistono responsabilità storiche che producono effetti presenti. È il cuore stesso della dottrina sociale della Chiesa: il peccato non è solo personale, può diventare strutturale; e se è strutturale, la conversione deve diventare anche istituzionale, economica, culturale. Altrimenti resta devozione verbale, morale ornamentale, liturgia senz’anima.

Per questo il voto dell’Onu è importante. Non perché risolva tutto, ma perché rompe un velo di ipocrisia. E per questo il comportamento di Usa, Israele, Milei e di tanta Europa è una vergogna. Non solo diplomatica. Spirituale. Perché rivela la riluttanza dei forti a lasciarsi giudicare dalla sofferenza dei vinti.

Il Ghana, da cui venne Kofi Annan, ha ricordato al mondo una verità elementare: non c’è pace senza memoria, non c’è memoria senza verità, non c’è verità senza giustizia. Il resto — i distinguo, le cautele, le astensioni, i no — è solo la retorica dei salotti imperiali che non vogliono restituire né gli oggetti né la coscienza.