Nicola Gratteri spiega il suo NO. Il referendum del 22 marzo e la riforma che non serve alla gente

Il testimone scomodo

C’è qualcosa di profondamente gramsciano nella figura di Nicola Gratteri in questa stagione referendaria. Non nel senso ideologico — Gratteri si è sempre sottratto alle etichette di corrente, e lo rivendica con una certa ostentazione — ma nel senso dell’intellettuale organico che parla da dentro la realtà che descrive. Non un professore di diritto costituzionale che valuta la riforma dal suo studio bolognese. Non un politico che calcola il consenso. Un magistrato che ha trascorso decenni sotto scorta per aver sfidato la ‘ndrangheta, che ha imparato la legge non sui libri ma sui cadaveri della sua terra, e che ora percorre l’Italia usando i giorni di ferie per spiegare ai cittadini perché quella riforma non va.

«Questa riforma non serve a rispondere ai bisogni di giustizia della gente», ha ripetuto Gratteri in più interviste nelle settimane che precedono il voto del 22 e 23 marzo. È una frase semplice, forse persino rozza per il dibattito costituzionale. Ma è esattamente la sua forza: mentre il fronte del Sì gioca sugli architravi del diritto comparato — i sistemi europei, la terzietà del giudice, i principi dell’equo processo — Gratteri abbassa il tiro e parla di chi la giustizia la subisce, non la studia.

Il sorteggio truccato

Il punto più tecnico e, paradossalmente, il più politicamente dirompente della posizione di Gratteri riguarda il sorteggio per la composizione dei nuovi Consigli Superiori della Magistratura. Qui il procuratore di Napoli occupa una posizione del tutto singolare: era favorevole al sorteggio. Lo aveva detto pubblicamente. E il fronte del Sì lo usava come prova della sua coerenza con la riforma.

Gratteri li sbugiarda con una metafora chirurgica. «La riforma Nordio stabilisce che i magistrati vengano sorteggiati tra tutti i magistrati d’Italia in servizio. Il sorteggio relativo ai laici, invece, lo chiamano “temperato”. E qui c’è il trucco: in un’urna metto cinquanta nomi scelti dalla politica, poi sorteggio dieci di questi nomi. Ma non è un sorteggio, perché sono dieci dei cinquanta che io già ho scelto. Chiunque esca è sempre un mio fedele e risponde ai miei desiderata.»

«Questo è una mezza truffa» — lo dice senza perifrasi. E spiega che per la parte laica, i componenti «sorteggiati» tra professori universitari e avvocati saranno indicati proporzionalmente alla forza politica e risponderanno alla maggioranza parlamentare del momento. Per questo — e la logica è stringente — Nordio può permettersi di dire alla Schlein: «Non capisco perché ti opponi, se tu un giorno vai al governo serve anche a te».

L’argomento rivela, con crudele trasparenza, il cuore della riforma: non una magistratura più indipendente, ma una magistratura più manovrabile, con un’indipendenza formale che nasconde una dipendenza sostanziale dal ciclo politico.

Il PM come giudice di se stesso

Il secondo pilastro della critica di Gratteri è antropologico prima che giuridico. «Il pm nella sua testa deve essere un giudice: quando acquisisce la prova deve applicare la giurisprudenza più favorevole all’indagato», ha spiegato. «Io ho sempre fatto questo e ho cercato di insegnarlo ai giovani magistrati. A Napoli, alla fine di quest’anno abbiamo chiesto l’archiviazione su 60mila fascicoli.»

È una concezione del pubblico ministero che ha radici profonde nella tradizione costituzionale italiana, costruita dai padri fondatori proprio per evitare che il PM diventasse — come accade nei sistemi di common law — un avversario del cittadino piuttosto che un servitore della legge. «Un poveraccio che fa fatica ad arrivare a fine mese e non si può permettere avvocati di grido, ha bisogno di un Pm imparziale che sia costretto a fare indagini anche a favore dell’indagato. Per i potenti non cambierà nulla, i poveracci hanno tutto da perdere.»

Questa è la linea di frattura che Gratteri individua con la lucidità di chi ha visto entrambi i lati del bancone: «Con questa riforma l’imputato povero sarà meno garantito. Solo quei pochi ricchi che finiscono sotto processo hanno i mezzi di tenere testa alla pubblica accusa fino alla Corte europea.»

Il paradosso è quasi kafkiano: una riforma presentata come garanzia per tutti i cittadini che, nelle parole del suo critico più autorevole, si traduce in un ulteriore vantaggio per chi può già permettersi di garantirsi da solo.

La velocità che non c’è

«E la velocità della giustizia dove sarebbe? Che c’entra con la separazione delle carriere, se ogni 60 giorni fanno un decreto dove introducono cinque o sei reati nuovi? La velocità di cosa? Sono solo slogan.»

Gratteri demolisce così il secondo grande argomento del fronte del Sì: la promessa di processi più rapidi. La riforma, secondo il procuratore, «non velocizza di un secondo le decisioni sulle sentenze né l’efficienza» e «non risponde quindi a quello che la gente vuole».»

Il punto è strutturale: i tempi della giustizia dipendono dall’organico dei tribunali, dalla digitalizzazione degli uffici, dall’accumulo di procedimenti arretrati, dalla complessità crescente della normativa penale. Non dalla natura del percorso di carriera dei magistrati. Spacciare la separazione delle carriere come rimedio alla lentezza processuale è — nelle parole del procuratore — propaganda, non riforma.

La mea culpa e il bambino nell’acqua sporca

Il tratto più interessante, e per certi versi più coraggioso, dell’intervento di Gratteri è che non risparmia critiche alla propria categoria. «Dobbiamo anche dire che la magistratura ha fatto gravi errori negli anni passati, non ha saputo reagire in modo adeguato allo scandalo Palamara, quindi ora con questa riforma si sta buttando l’acqua sporca col bambino.»

È un passaggio che vale più di qualsiasi argomento tecnico, perché smonta l’accusa più efficace del fronte del Sì: quella di una magistratura corporativa che difende i propri privilegi sotto bandiera costituzionale. Gratteri ammette il peccato originale — le correnti, i concorsi truccati, il correntismo del palazzo — e tuttavia sostiene che la risposta non può essere una riforma che non risolve il male ma aggiunge un altro male, quello della dipendenza politica dell’autogoverno.

L’obiettivo della riforma, per Gratteri, è chiarissimo: «avere un Csm più debole: quando sarà a trazione politica, la magistratura sarà meno tutelata». Non una magistratura riformata. Una magistratura indebolita. La differenza non è lessicale: è costituzionale.

Il prezzo dell’impegno

Gratteri non paga il prezzo di questa battaglia senza cicatrici. Ha denunciato di essere «attaccato ogni mattina da diversi giornali scrivendo cose false in tutto o in parte» e ha promesso di tirare «una linea» dopo il referendum, valutando cosa fare di ogni articolo che ritiene diffamatorio. Una promessa che ha scatenato polemiche, con qualcuno che ha parlato di intimidazione alla stampa.

Lui si difende: «Da parte mia, assolutamente, non è intenzione minacciare nessuno», e rivendica il diritto di reagire a ciò che considera una campagna sistematica di falsificazione del suo pensiero — a partire dall’accusa, ripetuta dal fronte del Sì, di essere in realtà favorevole alla riforma sul sorteggio, che lui ha definito invece «una mezza truffa».

C’è poi la nota personale, densa di significato: «L’ANM non è mai intervenuta in mio soccorso quando la ‘ndrangheta voleva ammazzarmi, quando si era mossa la massoneria deviata, quando pezzi della magistratura mi attaccavano. Adesso la posta in gioco è alta ed è arrivato il momento di voltare pagina.» Un conto da regolare con un’istituzione corporativa che lo ha lasciato solo nei momenti più bui, e con cui oggi si trova — obtorto collo — dalla stessa parte della barricata.

La posta in gioco

Non è previsto quorum. Conta solo la maggioranza dei voti validi. Ogni scheda pesa allo stesso modo, indipendentemente dall’affluenza. Questo significa che la partita si gioca interamente sulla mobilitazione: secondo i dati di YouTrend per Sky TG24, con bassa affluenza (al 46,5%) prevarrebbe il No (51,1% contro 48,9%), mentre con alta affluenza, al 58,5%, passerebbe il Sì (52,6% contro 47,4%).

Il fronte del Sì ha quindi tutto l’interesse a mobilitare il proprio elettorato. Il fronte del No — in cui Gratteri è la voce più riconoscibile e autorevole, più dello stesso PD o del M5S — sa che il suo avversario non è solo la riforma Nordio, ma l’apatia dei cittadini verso una questione percepita come interna alla corporazione delle toghe.

Ed è qui che la scelta di Gratteri di usare argomenti popolari — la velocità dei processi che non aumenterà, il povero che perderà più del ricco, il sorteggio truccato — rivela tutta la sua logica strategica. Non si difende la Costituzione nei convegni. La si difende nei bar, nei programmi serali, nelle piazze. Con parole che arrivano prima che con parole che durano.

Epilogo: il magistrato col cappotto

«Se questa riforma fosse stata attiva quando ho iniziato questa carriera, io oggi farei il giudice civile», ha detto Gratteri a Marco Travaglio. È una frase personale, quasi intima — la confessione di una vocazione che sarebbe stata soffocata dalla separazione imposta per legge — ma racchiude il senso più profondo della sua opposizione. Non è la difesa di un ordine corporativo. È la difesa di un’idea di magistratura: quella in cui il giovane che sceglie di fare il PM lo fa perché vuole fare giustizia, non perché ha vinto il concorso della sezione requirente e non può più tornare indietro.

Il Gratteri che usa i giorni di ferie per battere l’Italia in nome del No è, in fondo, lo stesso magistrato calabrese che ha rischiato la vita per convincere i boss della ‘ndrangheta che la legge valeva più della lupara. Allora combatteva per affermare il primato dello Stato sul potere criminale. Oggi combatte per affermare il primato della Costituzione sul potere politico.

La posta, in entrambi i casi, è identica: che ci sia qualcuno — un giudice, un PM, una toga qualsiasi — a cui la gente possa rivolgersi quando i potenti non vogliono essere fermati. Qualcuno che non debba guardare in faccia chi lo ha nominato prima di decidere.

Roma, 16 marzo 2026. Mancano sei giorni al voto.

Fonti: interviste di Nicola Gratteri a Sky TG24, La7 Piazzapulita, La7 In altre parole, Il Fatto Quotidiano (14 marzo 2026), Il Roma; dati elettorali YouTrend/Sky TG24.