Nel 2026 la coincidenza è quasi perfetta: mercoledì 18 febbraio i cristiani entrano in Quaresima con le ceneri, mentre il Ramadan comincia tra il 18 e il 19 febbraio a seconda dell’annuncio legato alla visibilità del primo falcetto lunare. Non è un “patto interreligioso”, né una regia ecumenica: è la matematica del cielo. Ma, proprio perché accade senza che nessuno l’abbia programmata, questa convergenza dice qualcosa di potente sul nostro tempo.
C’è chi ci vede un segno. E chi sospetta l’ennesima “sincronizzazione” da calendario mediatico, come se le religioni fossero palinsesti in cerca di share. In realtà, il piccolo mistero è molto più semplice: la Luna, che non vota e non tratta, incrocia due tradizioni che la guardano da secoli per contare i giorni e per misurare l’attesa.
Per l’Islam il Ramadan segue il calendario lunare: comincia quando in cielo si dà notizia del nuovo mese, con l’osservazione del crescente o con il calcolo astronomico. In Francia, ad esempio, il CFCM ha indicato il giovedì 19 febbraio 2026 come primo giorno di digiuno sulla base dei calcoli, mentre altre autorità preferiscono attendere la tradizionale “nuit du doute” del 17 febbraio, quando si cerca il segno visibile nel cielo prima della proclamazione.
Per i cristiani, invece, il mercoledì delle Ceneri non “cade” per caso: dipende da Pasqua, e Pasqua dipende da una regola antica, stabilita a Nicea, che lega la festa alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera e al ritmo della settimana. È il computo della Chiesa, un compromesso tra luna e sole: abbastanza astronomia da restare ancorati al cielo, abbastanza liturgia da restare ancorati alla domenica.
Ecco perché i due inizi possono sfiorarsi: entrambi guardano la Luna, ma in modo diverso. L’uno la segue con fedeltà “pura” (l’anno lunare che scivola rispetto alle stagioni), l’altro la usa dentro un sistema misto, lunare e solare, che tiene Pasqua legata alla primavera. Prima o poi si incontrano; poi si separano. La coincidenza è un’onda: non ha ideologia, ha periodicità.
La tentazione, però, è sempre la stessa: trasformare il calendario in una tesi. C’è chi riduce tutto a un gesto di fratellanza automatica (“visto? digiuniamo insieme”), e chi invece irrigidisce la coincidenza fino a farne un campo di battaglia identitario (“non confondiamo!”). Ma il cielo, con il suo silenzio, smonta entrambe le caricature. Non c’è fusione. E non c’è muro. C’è un fatto elementare: due comunità, nello stesso tempo storico, riscoprono il linguaggio dell’essenziale.
Il digiuno, in entrambe le tradizioni, nasce come contraddizione vivente contro l’onnipotenza del consumo. È un gesto che dice: non mi basta ciò che compro; non mi basta ciò che accumulo; non mi basta ciò che mi distrae. E soprattutto: non sono io il centro. In un’epoca che fa del desiderio un algoritmo e dell’impulso una virtù, la rinuncia è diventata quasi scandalosa. Per questo la simultaneità del 2026 è più di un curioso allineamento: è uno specchio. Ci chiede se abbiamo ancora la forza di sottrarci, di reggere il vuoto, di restituire a Dio — e agli altri — lo spazio che la pancia e l’ego si prendono.
Certo, le differenze restano: per molti musulmani il Ramadan è disciplina quotidiana, dall’alba al tramonto, con una comunità che si muove come un corpo solo; per i cristiani la Quaresima è un deserto lungo, più discreto, spesso affidato a scelte personali e a un intreccio di preghiera, carità e penitenza. Ma la convergenza di questi giorni può ricordare a entrambi una verità che i moralismi hanno maltrattato: il digiuno non è performance spirituale, non è palestra dell’ego religioso, non è medaglia da esibire. È una pedagogia dell’umiltà.
E allora forse la domanda utile non è “perché capita?”, ma “che cosa ci permette di vedere?”. Permette di vedere che la fede — quando è fede e non costume — ha ancora il coraggio di chiedere sacrificio senza sadismo, sobrietà senza disprezzo del corpo, disciplina senza disumanità. Permette di vedere che il tempo non è solo un contenitore neutro di eventi, ma un maestro: ci insegna che non comandiamo tutto, che esiste un ritmo più grande di noi, che la libertà non è fare ciò che voglio ma imparare a volere bene.
In fondo, è questo che la Luna fa ogni volta che torna nuova: mette in crisi l’illusione della continuità. Il mondo riparte, ma non perché siamo pronti: perché ci viene concesso un nuovo inizio. Quest’anno, per una di quelle coincidenze che non si comprano e non si progettano, due inizi cadono quasi nello stesso giorno. Forse vale la pena ascoltarli come si ascolta un richiamo: non a “somigliarci”, ma a convertirci. Entrambi, ciascuno nel proprio deserto.
