La città martire sotto attacco paga il prezzo più alto dell’indifferenza
Aleppo torna a bruciare. Ancora una volta. La città martire della Siria, già devastata da anni di guerra, assedi, bombardamenti e sanzioni, si ritrova nuovamente sotto attacco, come se la sua sofferenza non fosse mai stata sufficiente, come se il dolore accumulato nelle sue pietre antiche non avesse mai avuto diritto a una tregua. Gli attacchi attuali sono il risultato di scontri tra l’esercito siriano e i gruppi curdi delle SDF all’interno di una città profondamente divisa. La violenza riflette le tensioni tra un governo che vuole riaffermare il controllo centrale e gruppi locali che cercano di difendere autonomie acquisite dopo anni di conflitto.
Aleppo non è solo un luogo geografico: è un simbolo. È la memoria viva di una civiltà millenaria, crocevia di popoli, religioni e culture, oggi ridotta ciclicamente a bersaglio militare, a campo di battaglia di interessi che nulla hanno a che vedere con la vita dei suoi abitanti. Ogni nuovo attacco non colpisce soltanto obiettivi strategici: colpisce ospedali già provati, quartieri civili, infrastrutture essenziali, famiglie che sopravvivono tra macerie mai davvero rimosse.
Le sofferenze della popolazione sono indicibili. Bambini cresciuti conoscendo solo il rumore degli aerei e delle esplosioni. Anziani che hanno visto la propria città trasformarsi da centro pulsante di commercio e cultura a spazio di sopravvivenza quotidiana. Madri e padri che non sanno se la notte porterà silenzio o morte. Aleppo è una ferita aperta che sanguina da troppo tempo, nell’indifferenza di una comunità internazionale che alterna parole di circostanza a silenzi colpevoli.
Ogni volta che Aleppo viene colpita, si colpisce anche il diritto umanitario, calpestato sistematicamente. Si colpisce l’idea stessa che esistano limiti alla violenza, che i civili debbano essere protetti, che la guerra non possa essere una normalità amministrata a distanza. E invece, ancora una volta, la città viene sacrificata sull’altare della geopolitica, delle sfere di influenza, delle alleanze mutevoli e dei conflitti per procura.
La narrazione dominante tende a ridurre Aleppo a una mappa, a un fronte, a una sigla. Ma Aleppo è fatta di volti, di storie, di mercati, di scuole, di moschee e chiese, di memorie condivise. È fatta di una popolazione che resiste non per eroismo retorico, ma per pura necessità di vivere. Ogni attacco aggiunge trauma al trauma, distruzione alla distruzione, in un ciclo che sembra non avere fine.
La città martire chiede qualcosa di semplice e radicale: smettere di essere campo di prova per armi e strategie. Chiede protezione per i civili, corridoi umanitari reali, non annunciati e poi violati. Chiede che la sua sofferenza non venga usata come strumento di pressione politica, ma riconosciuta come tragedia umana che interpella le coscienze di tutti.
Aleppo non può essere condannata a rivivere all’infinito il proprio incubo. Ogni nuovo bombardamento è una sconfitta non solo per la Siria, ma per l’umanità intera. Tacere significa essere complici. Guardare altrove significa accettare che esistano città sacrificabili. Aleppo, invece, continua a gridare — anche sotto le bombe — che la vita, la dignità e la pace non sono negoziabili.
E quel grido non dovrebbe restare inascoltato.
