C’è un albero di Natale bruciato in una piazza di provincia che vale più di mille analisi geopolitiche. È dicembre 2024, sono passate poche settimane dalla caduta di Bashar al-Assad, e ad Al-Suqaylabiyah — cittadina a maggioranza cristiana nell’Hama nordoccidentale — un gruppo di combattenti stranieri dà fuoco alle decorazioni natalizie nella piazza principale. Non è un incidente. È un messaggio. E il messaggio dice: il vostro posto in questa nuova Siria non è ancora garantito.
Quattro mesi dopo, il messaggio è diventato più esplicito. Sabato scorso centinaia di uomini dal vicino villaggio sunnita di Qalaat Mudiq sono entrati in città e hanno saccheggiato per ore case, negozi e proprietà della comunità cristiana. Le forze di sicurezza locali hanno guardato. I rinforzi da Hama sono arrivati dopo un’ora. Il pogrom — perché di questo si tratta, nella sostanza — è durato abbastanza a lungo da lasciare il segno, fisico e psicologico, su una comunità che già viveva nell’incertezza.
La domenica, i cristiani sono scesi in piazza a protestare. E la Domenica delle Palme, le chiese siriane hanno ridotto le celebrazioni a semplici preghiere interne, per via delle «circostanze scoraggianti». Una Pasqua celebrata sottovoce, nascosta, come se la gioia religiosa fosse diventata un rischio da calcolare.
Sarebbe comodo — e sbagliato — leggere tutto questo come lo scontro tra islam e cristianesimo, tra maggioranza e minoranza, tra rivoluzione e controrivoluzione. La realtà è più complicata, più antica e per certi versi più disperante. Al-Suqaylabiyah e Qalaat Mudiq hanno convissuto per generazioni, con le tensioni tipiche dei paesi rivali che condividono lo stesso territorio, gli stessi mercati, le stesse strade. La guerra ha fatto quello che la guerra fa sempre: ha preso le fratture esistenti e le ha allargate fino a renderle abissi.
Durante il conflitto, la cittadina cristiana era diventata una linea del fronte. La sua milizia locale aveva partecipato alla difesa del regime. I villaggi sunniti circostanti erano stati devastati. Oggi chi è tornato da sfollato trova la propria casa distrutta e le terre occupate — mentre Al-Suqaylabiyah, percepita come parte del blocco filo-Assad, è rimasta sostanzialmente intatta. Non serve essere analisti per capire cosa si accumula, in quell’asimmetria, nel corso degli anni. Non serve essere profeti per prevedere che prima o poi quella rabbia avrebbe cercato uno sfogo.
Il problema è che nessuno ha costruito, nei quindici mesi dal crollo del regime, un canale attraverso cui quella rabbia potesse essere ascoltata, elaborata, trasformata in qualcosa di diverso dalla violenza. Non esiste un meccanismo formale di giustizia di transizione. Non esiste un processo attraverso cui i crimini di guerra vengano riconosciuti, attribuiti, in qualche modo riparati. Non esistono, nelle aree miste del paese, strutture di sicurezza credibili per entrambe le comunità: le forze locali sono spesso reclutate da un solo lato della divisione settaria e dispiegate a sorvegliare l’altro, con tutto ciò che questo comporta in termini di fiducia e priorità nell’intervento.
Il risultato è quello che ricercatori come Nanar Hawach dell’International Crisis Group descrivono come un vuoto: nessun forum in cui i conflitti vengano ascoltati e risolti, nessuna via istituzionale verso la giustizia, nessun meccanismo che trasformi il rancore in dialogo invece che in spedizioni punitive. E in quel vuoto, chi si sente legittimato dal nuovo corso politico — convinto che il governo sia dalla propria parte — finisce per fare da sé. La giustizia fai-da-te, in Siria, si chiama linciaggio, saccheggio, massacro.
È un schema che si è ripetuto. A marzo, una serie di massacri ha colpito la comunità alawita sulla costa. A luglio, la violenza ha raggiunto i drusi di Suweida. A novembre, l’omicidio di una coppia sunnita in un’area rurale di Homs ha scatenato una mobilitazione tribale contro l’intera comunità alawita della città, accusata collettivamente di un delitto individuale. Ogni episodio ha la sua specificità locale, la sua genesi particolare, i suoi protagonisti irriducibili a categorie generali. Ma il filo che li unisce è sempre lo stesso: un senso di ingiustizia non risolta che cerca soddisfazione nelle forme più immediate — e più distruttive — disponibili.
La nuova Siria ha ereditato un paese frantumato da quattordici anni di guerra civile, con comunità che si sono massacrate a vicenda, con crimini che non hanno ancora un nome ufficiale e colpevoli che camminano liberi mentre le vittime aspettano risposte che non arrivano. Costruire la pace in questo contesto non significa solo stabilizzare la sicurezza o avviare elezioni. Significa affrontare il passato prima che il passato travolga il presente. Significa creare spazi in cui le comunità possano parlarsi — non a livello nazionale, non nei palazzi di Damasco, ma nei villaggi, nelle piazze, nei luoghi esatti dove le ferite sono state inferte.
Non è un compito agevole. È probabilmente il compito più difficile che esista in politica: costruire fiducia tra persone che si sono fatte del male. Ma è l’unico compito che conta davvero, perché senza di esso ogni altro sforzo di stabilizzazione rimane una facciata.
Ad Al-Suqaylabiyah, la domenica dopo il saccheggio, i cristiani hanno chiesto allo Stato di disarmare il paese e di proteggerli. È una richiesta ragionevole. È anche una richiesta che presuppone l’esistenza di uno Stato abbastanza forte, abbastanza equo e abbastanza presente da poterla soddisfare. Quello Stato, per ora, non esiste ancora.
E finché non esiste, ogni piazza siriana è una miccia. Basta poco per accenderla.
