Il Segretario CEI richiama alle necessità del Paese e ai nodi da sciogliere

Nel tempo delle urla, l’invito più controcorrente è spesso quello più semplice: tornare alla responsabilità. È il filo che attraversa le parole dell’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, al termine del Consiglio permanente. E non è un richiamo generico, né una formula di rito. È piuttosto un criterio per leggere un Paese nervoso, ferito, spesso incapace di tenere insieme libertà e legame sociale, diritti e doveri, emozione pubblica e discernimento.

Responsabilità, anzitutto, nella vita democratica. Non è poca cosa che dalla Chiesa italiana venga valorizzata la partecipazione al voto, soprattutto quella dei giovani. In un’Italia in cui per anni si è lamentata l’apatia civile, vedere nuove generazioni che si affacciano allo spazio pubblico non può che essere considerato un segnale prezioso. Ma proprio qui si apre il punto decisivo: partecipare non basta, se il confronto resta prigioniero della tifoseria, dell’invettiva, della guerra per bande. La democrazia vive quando il dissenso non diventa disprezzo e quando la ricerca del consenso possibile non viene scambiata per debolezza. Baturi sembra ricordare alla politica che il bene comune non nasce dalla demolizione dell’avversario, ma dalla capacità di costruire una casa abitabile anche per chi parte da culture diverse.

Responsabilità, poi, davanti al dolore. Sul fine vita, il tono scelto non è quello dello slogan morale né della freddezza ideologica. È il richiamo, più esigente, a una società che non può limitarsi a registrare la sofferenza quando questa diventa insopportabile, ma deve domandarsi dove era prima, quando quella persona aveva bisogno di cure, presenza, sollievo, accompagnamento. La dignità non si tutela solo proclamandola; si difende investendo davvero nelle reti di assistenza, nelle cure palliative, negli hospice, nel sostegno alle famiglie. Una civiltà si misura da come tratta chi non ce la fa più, non da quanto rapidamente si arrende alla disperazione.

Ma la responsabilità evocata dal segretario della Cei tocca anche il versante educativo, forse il più drammatico. La violenza di ragazzi sempre più giovani non può essere rubricata come una semplice emergenza di ordine pubblico. C’è qualcosa di più profondo che si incrina quando un adolescente impugna un coltello, quando la frustrazione si trasforma in aggressione, quando la scuola smette di essere il luogo in cui si impara a stare al mondo e diventa il teatro di una rabbia senza argini. Qui la questione non riguarda solo la disciplina, ma la capacità collettiva di trasmettere fiducia, limite, resistenza alla sconfitta, senso del reale. Nessuna istituzione può farcela da sola. Né lo Stato né la scuola, se famiglia, corpi intermedi, comunità e territorio rinunciano alla loro parte.

Anche il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” viene letto dentro questa cornice. Non come favola sociologica o curiosità da esposizione mediatica, ma come banco di prova di un’altra responsabilità oggi spesso smarrita: quella verso i minori. C’è un consumismo dell’informazione che divora tutto, anche l’infanzia. E forse una società matura dovrebbe imparare più spesso a fermarsi, a sottrarre i bambini al voyeurismo collettivo, a riconoscere che non tutto ciò che colpisce deve essere subito esibito, commentato, spettacolarizzato. Spegnere le telecamere, in certi casi, non significa nascondere la verità, ma custodire il bene fragile delle persone.

Infine, la responsabilità si fa criterio anche nell’economia. È significativo che la Cei richiami con forza il tema degli investimenti etici. Non finanziare chi produce armi o chi calpesta i lavoratori non è un dettaglio tecnico per specialisti della finanza morale. È una scelta che dice quale idea di uomo si vuole sostenere. Per troppo tempo abbiamo finto che il denaro fosse neutrale, che bastasse produrre rendimento e poi, semmai, redistribuire. Ma il profitto non è innocente quando nasce dall’umiliazione del lavoro, dalla devastazione ambientale, dal commercio della morte. Qui la Chiesa prova a dire una cosa semplice e radicale: la giustizia non può essere un’aggiunta decorativa all’economia; deve esserne il criterio.

Sullo sfondo resta anche la vita interna della Chiesa italiana, con la revisione dei percorsi di iniziazione cristiana e la riorganizzazione delle comunità. Ma pure in questo caso il punto non è anzitutto tecnico. Non si tratta di spostare caselle, di cambiare età o sequenze sacramentali come se bastasse una riforma di ingegneria pastorale. La vera domanda è se la fede tornerà a essere esperienza comunitaria, vita condivisa, annuncio che entra nelle pieghe dell’esistenza concreta, della cultura, della responsabilità sociale e politica.

Forse è questo il nucleo più serio delle parole di Baturi: la fede non chiede evasione dalla storia, ma presenza dentro di essa. E la responsabilità, prima ancora che una virtù civile, torna a essere il nome maturo della carità.