Crans-Montana, quando la giustizia attraversa le frontiere

C’è un momento, nelle grandi tragedie, in cui il dolore chiede qualcosa di più del cordoglio. Chiede rigore, verità, responsabilità. La decisione della Procura di Roma di affiancare con un proprio team di investigatori gli inquirenti svizzeri sull’incendio di Crans-Montana, che ha causato quaranta morti – sei dei quali italiani – nasce esattamente da qui: dal rifiuto che una strage venga archiviata come fatalità alpina, come incidente inevitabile, come sfortuna.

La rogatoria inviata ai magistrati di Sion non è un atto ostile, ma un gesto grave e necessario. Chiede documenti, autorizzazioni, controlli, verifiche sulle norme antinfortunistiche e sulla sicurezza del locale Constellation. Chiede, in sostanza, se ciò che doveva proteggere ha davvero protetto. E se qualcuno ha guardato altrove.

È un passaggio delicato, perché tocca un nervo profondo della cultura europea: l’idea che esistano Paesi “naturalmente” rigorosi e altri strutturalmente indulgenti. Per decenni, gli immigrati italiani in Svizzera hanno conosciuto il peso di un pregiudizio duro: considerati manodopera grezza, spesso associati a disordine, violenza, inaffidabilità. Sorvegliati più che tutelati. Utili, ma mai davvero riconosciuti.

Oggi il paradosso è amaro. A chiedere trasparenza e severità è la magistratura italiana. A dover dimostrare di aver applicato fino in fondo le regole è un sistema che per lungo tempo ha impartito lezioni di disciplina e legalità. Non è una rivincita, e non dovrebbe diventarlo. Ma è una inversione simbolica che pesa.

Il fascicolo aperto a Roma ipotizza reati pesanti – omicidio colposo, disastro colposo – ed è ancora contro ignoti. Ma l’ombra delle responsabilità organizzative si allunga inevitabilmente sui permessi concessi, sui controlli effettuati o mancati, sulle deroghe diventate prassi. Le autorizzazioni non sono carta neutra: sono atti di fiducia pubblica. Quando quella fiducia viene concessa con leggerezza, le conseguenze non sono mai astratte.

In questa storia c’è anche un’altra ferita: quella delle vittime senza voce. Molti dei lavoratori e degli avventori che hanno trovato la morte in quel rogo appartenevano a quella zona grigia del turismo alpino contemporaneo fatta di stagionalità, precarietà, invisibilità. La montagna scintillante per alcuni, opaca e rischiosa per altri. La sicurezza, come spesso accade, sembra essere stata pensata più per l’immagine che per le persone.

L’inchiesta italiana non mette sotto accusa un Paese, ma un’idea pericolosa: che l’efficienza presunta possa sostituire il controllo reale. Che il “qui funziona tutto” basti a chiudere un occhio. Che il profitto turistico giustifichi eccezioni, ritardi, superficialità.

Se davvero emergerà che norme antincendio non erano applicate, che autorizzazioni sono state concesse con eccessiva disinvoltura, che i controlli erano più formali che sostanziali, allora Crans-Montana non sarà solo una tragedia: sarà una responsabilità condivisa. E la giustizia svizzera sarà chiamata a dimostrare di saper giudicare se stessa, senza rifugiarsi nella difesa corporativa.

La collaborazione tra procure è un segno di civiltà giuridica. Ma è anche un banco di prova morale. Perché la giustizia, come il fuoco, non conosce confini: illumina o brucia. Dipende da come la si esercita.