La cornetta e la clava
C’è un momento, nella vita pubblica di una democrazia, in cui perfino il gesto più semplice — una telefonata — smette di essere un dettaglio di galateo istituzionale e diventa un fatto politico. È quanto accade quando il capo del governo, dopo giorni di polemica e di reciproche accuse, chiama i leader dell’opposizione per aprire un confronto sulla crisi in Medio Oriente, mentre l’Italia misura più da vicino il rischio di essere sfiorata dalla guerra: l’attacco alla base italiana di Erbil, pur senza feriti tra i militari, ha ricordato brutalmente che la distanza geografica non coincide più con la distanza strategica.
La politica italiana, quando è costretta a misurarsi con la storia, rivela quasi sempre un doppio registro. Da una parte la scena, il comizio, il colpo di battuta, la muscolarità verbale che serve a presidiare il consenso. Dall’altra, quando il quadro si fa serio, il ritorno improvviso al linguaggio della responsabilità. La telefonata di Giorgia Meloni alle opposizioni appartiene a questo secondo registro. Non perché cancelli il primo, ma perché ne denuncia il limite. La clava può servire in campagna elettorale; la cornetta serve quando il perimetro della crisi si avvicina ai confini materiali dell’interesse nazionale.
Sarebbe ingenuo scambiare questo passaggio per una svolta ulivista o per l’alba di una nuova stagione consociativa. Più realisticamente, si tratta del riconoscimento che, dinanzi a una congiuntura internazionale deteriorata, la solitudine del comando pesa anche a chi del comando ha fatto cifra identitaria. L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran ha già prodotto effetti che nessun governo europeo può considerare remoti: la minaccia sullo Stretto di Hormuz, il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche deciso in sede IEA e un Brent tornato sopra i 100 dollari indicano che la dimensione militare e quella economica si stanno saldando in un’unica pressione sistemica.
È qui che la politica, se vuole meritare il nome che porta, deve distinguere tra l’unità e l’unanimismo. L’unità non consiste nel ridurre il dissenso a cerimonia, né nel convocare l’opposizione per spartirne genericamente il peso. Consiste, semmai, nell’accettare che su materie estreme — guerra, sicurezza, energia, collocazione internazionale del Paese — il conflitto democratico debba alzare il proprio livello, non abbassarlo. La consultazione tra governo e minoranze ha senso solo se non è un rito riparatore, ma un luogo in cui le differenze vengono esposte con nettezza e tuttavia misurate contro un interesse nazionale che non coincide con l’interesse di parte.
Elly Schlein, da parte sua, ha ragione a temere il rischio più antico per ogni opposizione: entrare nella foto senza incidere sulla didascalia. Una leadership alternativa non può diventare semplice compartecipe di decisioni che restano saldamente nelle mani dell’esecutivo. Ma la stessa opposizione dovrebbe guardarsi da un errore speculare: immaginare che, in un passaggio di crisi reale, la purezza della distanza basti da sola a costruire credibilità di governo. La prova della maturità non è sottrarsi sempre al tavolo; è arrivarci con una linea, una dottrina, un perimetro di condizioni politiche comprensibili al Paese. In questo senso, il nodo dell’uso delle basi italiane in eventuali operazioni contro l’Iran non è un cavillo tattico ma la sostanza stessa della discussione pubblica: dire fin dove l’Italia intenda spingersi, e a quali condizioni, significa dire quale idea abbia della propria sovranità e delle proprie alleanze.
La verità è che la telefonata della premier non annuncia una pacificazione; segnala, più sobriamente, che la politica italiana sta uscendo dalla fase in cui poteva permettersi di simulare che il mondo fosse soltanto uno sfondo. Quando i droni colpiscono una base con soldati italiani e quando il prezzo del petrolio torna a correre malgrado un intervento straordinario delle riserve strategiche, il governo non può più limitarsi a presidiare la narrazione; deve cominciare a condividere almeno il linguaggio della realtà.
Per questo la cornetta vale più della clava. Non perché la sostituisca definitivamente — la politica italiana continuerà a brandire entrambe — ma perché, in un tempo di guerra che bussa anche alle porte d’Europa, essa ricorda una verità elementare: il governo può scegliere da solo, ma non può reggere da solo il peso simbolico di certe scelte. E l’opposizione, se vuole davvero candidarsi a governare, non può limitarsi a denunciare il rischio; deve mostrare di saper abitare, senza smarrirsi, la stanza in cui quel rischio si decide.
