L’Italia, di fronte al Board of Peace per Gaza, occupa una posizione scomoda e rivelatrice. Ufficialmente prudente, nei fatti irritata. Roma non contesta apertamente l’iniziativa americana, ma neppure la abbraccia. Ed è già molto. Perché nel lessico della diplomazia atlantica, il silenzio selettivo è spesso la forma più chiara del dissenso.
Il governo italiano sa che il Board of Peace non è multilateralismo, ma egemonia americana rivestita di efficienza manageriale. Sa che l’ONU viene messa da parte non perché inefficace, ma perché troppo vincolante. E sa soprattutto che aderire senza riserve a un organismo a pagamento significherebbe accettare una ridefinizione profonda del ruolo italiano: non più attore politico, ma socio di minoranza in un progetto deciso altrove.
Giorgia Meloni, reduce dalla missione in Giappone e Corea del Sud, sembra aver maturato una consapevolezza ulteriore. In Asia ha incontrato Paesi che vivono quotidianamente sotto l’ombrello americano, ma che hanno imparato a negoziare l’asimmetria, non a subirla. Tokyo e Seul non mettono in discussione l’alleanza con Washington, ma rifiutano l’idea che sicurezza significhi automatica subordinazione economica e politica. È una lezione che pesa anche su Gaza.
Per l’Italia il nodo è duplice. Da un lato, la fedeltà atlantica resta un pilastro non negoziabile. Dall’altro, l’adesione a un board che esclude l’ONU e monetizza la pace entra in tensione con una tradizione diplomatica che, pur con tutti i suoi limiti, ha sempre difeso il primato del diritto internazionale e del multilateralismo. Roma non ha interesse a legittimare un precedente che domani potrebbe ritorcersi contro l’Europa.
C’è poi una dimensione europea. L’Italia sa che accettare il Board of Peace senza condizioni significherebbe spaccare l’UE, consegnando a Washington la possibilità di trattare bilateralmente con i singoli Stati più disponibili. Meloni, che in Europa rivendica un ruolo di ponte e non di cavallo di Troia, non può permettersi di apparire come l’anello debole di una catena già fragile.
Per questo la linea italiana è fatta di distinguo, richiami al ruolo dell’ONU, insistenza sulla necessità di un quadro giuridico condiviso. Non è opposizione frontale, ma resistenza istituzionale. Roma chiede che ogni iniziativa su Gaza sia ancorata a risoluzioni internazionali, a un orizzonte politico credibile per i palestinesi, a una governance che non sia solo securitaria e finanziaria.
In controluce emerge una scelta strategica: l’Italia non vuole una pace “che funziona” solo per chi la finanzia, ma una pace che non delegittimi il diritto. È una posizione fragile, certo, perché espone Roma alle pressioni americane e alle accuse di ambiguità. Ma è anche una posizione coerente con l’idea che l’Occidente non possa salvarsi rinunciando ai suoi stessi principi.
La vera domanda, per l’Italia, non è se il Board of Peace sarà operativo. È se accettare un mondo in cui la pace diventa un affare e il multilateralismo un intralcio. Finora Roma non ha detto no. Ma, per una volta, non ha neppure detto sì. Ed è in questo spazio intermedio che si misura la sua credibilità politica.
