Quando la Dottrina Monroe diventa Donroe
C’è un dettaglio che più di altri racconta ciò che è accaduto a Caracas nella notte tra il 2 e il 3 gennaio: non è solo l’ora — le due del mattino, quando un Paese dorme — ma il nome scelto per l’operazione. “Risoluzione Assoluta”. Un’espressione che non ammette repliche, né mediazioni. La risoluzione, appunto, non passa dal diritto ma dalla forza; non dal consenso ma dalla decisione unilaterale. È il linguaggio dell’Impero quando smette di fingere.
L’azione militare statunitense contro il Venezuela non è un episodio isolato, né un eccesso estemporaneo di Donald Trump. È, piuttosto, l’atto inaugurale di una nuova dottrina strategica, annunciata nero su bianco all’inizio di dicembre nella nuova National Security Strategy: il ritorno del continente americano come priorità assoluta della potenza statunitense, a scapito dell’Europa e perfino del Medio Oriente. Un ritorno a casa, verrebbe da dire. Ma con le armi in pugno.
Trump lo ha detto senza infingimenti, con quella brutalità comunicativa che è ormai il suo marchio: «La Dottrina Monroe è molto importante, ma l’abbiamo superata di gran lunga. Ora la chiamano Dottrina Donroe». Il gioco di parole — Donald più Monroe — non è una boutade. È una dichiarazione di sovranità ideologica. L’America Latina non è più uno spazio da influenzare, ma un perimetro da controllare.
Non è la prima volta. Il parallelismo storico è fin troppo evidente. A fine dicembre 1989, George H. W. Bush ordinò l’invasione di Panama per catturare Manuel Noriega, accusato — guarda caso — di narcotraffico e di illegittimità elettorale. Trentamila soldati, trecento aerei, undici giorni di caccia all’uomo. Il 3 gennaio 1990 Noriega cadeva. Il 3 gennaio 2026, esattamente trentacinque anni dopo, un altro presidente latinoamericano viene prelevato nel cuore della notte. Stesso copione, stessi capi d’accusa, stesso calendario simbolico. Cambia solo la tecnologia; non la logica.
Quella logica oggi si chiama “corollario Trump” alla Dottrina Monroe. E ha contorni chiarissimi. L’America Latina viene descritta come la fonte dei principali problemi degli Stati Uniti: migrazione, narcotraffico, criminalità transnazionale, penetrazione cinese, instabilità politica. Di conseguenza, deve diventare una regione “sufficientemente ben governata” — formula elegante per dire disciplinata — da garantire sicurezza, risorse, catene di approvvigionamento e accesso strategico.
Nel documento strategico non c’è quasi traccia di parole come democrazia, diritti umani, stato di diritto. Al loro posto compaiono concetti più concreti: forza letale selettiva, presenza navale permanente, espulsione delle imprese straniere (leggasi: cinesi), contratti assegnati senza gara alle aziende statunitensi, cooperazione obbligata contro cartelli e “narcoterroristi”. Chi collabora viene premiato; chi resiste viene isolato — o colpito.
Il Venezuela, in questo schema, è il bersaglio perfetto. Petrolio in abbondanza, collasso economico, migrazione di massa, alleanze con Cina e Russia, un presidente definito illegittimo da Washington dopo le elezioni del 2024. Tutti i fattori convergono. La cattura di Maduro non è l’obiettivo finale, ma il banco di prova. La prima “cartina di tornasole” della Dottrina Donroe.
Trump ha raccontato l’operazione come uno spettacolo: elicotteri Night Stalkers, Delta Force, porte d’acciaio sfondate in pochi secondi, blackout elettrico di Caracas, la coppia presidenziale trascinata fuori dal letto. Il presidente che osserva tutto da Mar-a-Lago “come se fosse un programma televisivo”. La guerra trasformata in performance. La sovranità ridotta a set.
Ma dietro la precisione millimetrica resta il dato grezzo: decine di morti, anche civili, una capitale bombardata nel cuore della notte, un capo di Stato rapito senza mandato internazionale. E soprattutto un precedente: se questo diventa accettabile, allora nessuno Stato “problematico” è più al sicuro.
C’è chi, come Marco Rubio, sogna apertamente l’effetto domino: dopo il Venezuela, Nicaragua e Cuba. Il gioiello della corona. Ma altri, più lucidi, ricordano che i cambi di regime non finiscono mai come previsto. L’Iraq è lì a ricordarlo. E lo stesso Trump, che ha costruito il suo mito politico sull’odio per le “guerre infinite”, rischia ora di aprirne una nuova — magari a bassa intensità, ma ad altissimo costo geopolitico.
Intanto, il metodo è già chiaro. Ricompense per gli affini, punizioni per i recalcitranti. Milei salvato a colpi di miliardi, Bukele celebrato nello Studio Ovale, Noboa premiato, Honduras “corretto” elettoralmente, Bolsonaro ieri, Paz oggi. Dall’altra parte, Petro insultato, Lula minacciato con dazi, governi ammoniti a non deviare. Come ha detto l’ex ministro cileno Jorge Heine: «Stati vassalli. È questo che Washington sta cercando. E lo dice apertamente».
La notte di Caracas, dunque, non riguarda solo il Venezuela. È un messaggio all’intero continente — e oltre. Dice che l’epoca delle ambiguità è finita. Che il multilateralismo è tollerato solo finché non intralcia. Che la legalità internazionale è negoziabile. E che la forza, oggi, non chiede più nemmeno di essere giustificata: si autolegittima.
Quando una dottrina prende il nome di un uomo, significa che non è più una linea politica, ma una visione del mondo. La Dottrina Donroe non promette stabilità; promette obbedienza. E la storia dell’America Latina insegna che, quando l’obbedienza viene imposta dall’alto, il conto arriva sempre. Più tardi. Ma arriva.
