Il calcio italiano e l’arte di scomparire

Ci fu la Svezia, e sembrò impossibile. Poi la Macedonia del Nord, e sembrò surreale. Infine la Bosnia, e non ha sembrare niente, perché a un certo punto anche lo stupore si consuma. Per la terza volta consecutiva la Nazionale italiana di calcio non andrà ai Mondiali. Da Berlino 2006 a Zenica 2026 passa esattamente un’epoca, vent’anni di solitudine azzurra, scanditi da un calando impressionante che nessuna retorica, nessuna cena motivazionale, nessun santino glorioso del passato è riuscito ad arrestare.

Non è più una notizia. È un paesaggio.

L’uomo che non si dimette mai

Al centro di questo paesaggio desolato si staglia, immobile come un monolite, la figura di Gabriele Gravina. Il peggiore presidente nella storia del pallone italiano. Colui che è riuscito nell’impresa, statisticamente improbabile, di inanellare non uno ma due Mondiali mancati, inframezzati dalla figuraccia agli Europei (dopo averli vin, il tutto mentre una piccola nota a piè di pagina segnalava la pendenza di un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio. In Italia, si sa, queste cose fanno curriculum.

In tutti questi anni Gravina ha lavorato con scrupolo certosino a una sola cosa: il proprio sistema di potere. Uno stipendio da quasi mezzo milione di euro l’anno, una rete di fedeltà costruita ai margini del merito, un consiglio federale tenuto “quasi tutto a libro paga”, mentre il movimento calcistico affondava silenziosamente, partita dopo partita, qualificazione dopo qualificazione. Non ha pensato di fare un passo indietro ieri, non ci pensa nemmeno oggi: ha già riconfermato Gattuso e, confermando Gattuso, ha confermato sé stesso. La mossa è la stessa del 2022, quando all’indomani della Macedonia non esonerò Mancini, che poi scappò in Arabia Saudita in piena estate, gettando le premesse per il disastro Spalletti. La storia si ripete, in Italia, sempre come farsa.

Il ministro Abodi ha chiesto un “sussulto di dignità”, citando i precedenti di Abete e Tavecchio, che almeno ebbero il buon gusto di andarsene. Ha evocato il commissariamento. Parole giuste, dette con un giorno di ritardo e vent’anni di silenzio sulle spalle.

Il manifesto dell’inadeguatezza

Bisogna essere onesti anche sugli altri. Gattuso era un allenatore mancato che aveva trovato rifugio in Croazia e si è ritrovato, per assenza di alternative e sovrabbondanza di nostalgia, sulla panchina più importante del paese. Buffon, Bonucci e gli altri vertici tecnici sono feticci del 2006, figure appuntate sulla maglia azzurra più per rassicurare la memoria collettiva che per competenza dimostrata. Le rivoluzioni — quelle vere — si fondano sul merito, non sul palmares. Ma forse qualcuno lo sapeva già, e li ha messi lì proprio per questo: perché facessero da perfetti capri espiatori quando sarebbe arrivato il momento del conto.

La Nazionale che abbiamo visto a Zenica è la peggiore che abbiamo mai visto giocare, non perché abbia perso, ma perché non ha mai avuto un’idea di gioco da mettere in campo. Eravamo inferiori alla Bosnia anche in parità numerica, prima dell’espulsione di Bastoni. Gli alibi — l’arbitro Turpin, i rigori, il regolamento Fifa che qualifica Curacao e manda l’Italia a spareggiare fuori casa per sorteggio — sono l’ultima spiaggia di chi non ha il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Il declino viene da più lontano

Sarebbe però sbagliato, oltre che comodo, caricare tutto sulle spalle di una federazione inadeguata. Il declino viene da più lontano e affonda le radici in qualcosa di più profondo: la dimensione sociale del calcio che si è infragilita, ristretta, intorpidita. L’Italia che ha meno di quarant’anni non conosce il super santos, la palla bordeaux a rettangoli neri che ha accompagnato legioni di italiani negli slarghi di cemento. Andare allo stadio costa molto, guardare il calcio in televisione costa, le scuole calcio costano. Lo sport più popolare del mondo è diventato un bene di lusso, e i campi vuoti non producono campioni.

Non ci sono fuoriclasse italiani in giro. E quando qualcuno viene definito tale, è quasi certo che non sia italiano. Si portano nelle tasche i santini dei Kimi, dei Jannik, dei Bez: giovani costruiti su una mentalità individuale, un carattere forgiato nel sacrificio quotidiano, lontano dalle cene motivazionali e dai curriculum vincenti di chi sta in panchina invece che in campo. Il calcio non riesce a costruire quell’epica collettiva che altri sport hanno saputo creare. Non si è capaci di costruirla, come ci si aspetta che venga improvvisata a telecomando?

Cosa occorre fare, adesso

Dunque, dimettersi. Tutti. Subito. Non come punizione rituale, ma come precondizione logica di qualsiasi ricostruzione. Un presidente sotto indagine, che ha mancato due Mondiali, non ha il diritto morale di progettare il futuro del calcio italiano. Una tabula rasa, senza sconti sentimentali per nomi gloriosi e senza ricompense per la fedeltà correntizia, è l’unica base su cui si può costruire qualcosa di diverso.

Poi occorre una riflessione strutturale sull’accesso dei giovani italiani al gioco: più italiani titolari nei club, incentivi veri per chi li fa crescere, meno calcio mercato e più calcio formazione. Non basta invocare il talento — “il talento c’è, non è sparito”, dice il ministro Abodi, e forse ha ragione — se poi quel talento non ha dove crescere, dove sbagliare, dove diventare grande senza essere mandato al primo leone nel colosseo come il povero Pio Esposito.

Occorre, infine, smettere di usare il Mondiale come specchio in cui guardarsi soltanto in extremis, quando già nevica e viene giù tutto. Il calcio non è un’esclamazione. È l’esito di un discorso lungo anni. E un discorso non lo si improvvisa la sera prima.

La stampa estera ci ha salutato con parole crude e precise: “vergogna”, “fiasco”, “declino senza fine”, “l’Italia brucia nel peggiore degli inferni”. Nessuno ha più paura della maglia azzurra. Nessuno la considera più un avversario da temere. Siamo diventati, senza quasi accorgercene, lo zimbello del calcio internazionale.

Cosa resta delle quattro stelle cucite sul petto? Cenere e carbone. E la memoria, sempre più lontana, di quando qualificarsi era scontato, di quando si arrivava in fondo o ci si fermava prima mostrando meraviglie. La Nazionale di calcio sbaglia un po’ per tutti, ha scritto qualcuno con esattezza. Non rispecchia il fallimento di un progetto: ne rispecchia l’assenza.

Era soltanto una partita. Ma non è mai soltanto una sconfitta.