XXX GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA. MESSA DI LEONE XIV NELLA BASILICA DI SAN PIETRO

Nella basilica di Basilica di San Pietro, nella festa della Presentazione del Signore e XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, Papa Leone XIV ha scelto una chiave che spiazza: Dio non si impone, non “sfonda” le nostre difese, non forza le porte. Entra, invece, con la discrezione di un Bambino portato al Tempio, e con la pazienza di un amore che rispetta la libertà. È una parola decisiva, oggi, in un tempo in cui tutti pretendono di convincere gridando e di governare stringendo.  

Il Vangelo della Candelora mette in scena un incontro: da una parte il movimento di Dio che viene a salvare, dall’altra l’attesa dell’uomo che veglia. E qui la liturgia colloca due figure che non hanno potere, ma hanno occhi: Simeone e Anna. Non costruiscono strategie, non occupano spazi, non dettano agenda. Riconoscono. E nel riconoscere, annunciano. Proprio per questo il Papa affida alla vita consacrata una definizione che è anche un programma: non apparato, non ornamento, ma profezia — quella capacità di indicare la presenza del Signore e di preparargli la via.  

C’è un passaggio dell’omelia che merita di essere trattenuto come una frase-chiave per i religiosi e le religiose di oggi: la potenza di Dio è “disarmata”, e proprio per questo “disarmante”. Non è un gioco di parole: è una teologia. Quando Dio si presenta nella povertà di una famiglia semplice, nel grande scenario del Tempio, mostra che la salvezza non nasce dalla pressione ma dalla gratuità; non dall’invasione ma dalla condivisione. È una lezione per la Chiesa e per il mondo: tutto ciò che pretende di salvare con la forza finisce per somigliare a ciò da cui vorrebbe salvarci.  

Da qui la consegna ai consacrati: diventare, con la vita, ciò che annunciano con le parole. Il Papa usa immagini bibliche forti — “bracieri” e “lisciva”, fuoco che fonde e acqua che lava — per dire che la profezia non è un commento, ma un “consumarsi” nella carità, radicati nella preghiera. Non una spiritualità di fuga, dunque, ma una spiritualità di offerta: l’esistenza come sacrificio quotidiano, non cupo ma luminoso, perché abitato da una speranza che non dipende dagli esiti immediati.  

È in questo punto che l’omelia si fa dolorosamente concreta. Papa Leone XIV parla dei “presìdi di Vangelo” che molte comunità mantengono anche “in mezzo ai conflitti”: restano, non scappano, si spogliano di tutto per custodire l’essenziale — la sacralità inviolabile della vita, soprattutto quando è nuda, ferita, senza difese. È un’immagine che vale più di molte campagne: una piccola fraternità che rimane dove altri fuggono diventa, senza proclami, un altare aperto dentro la storia. Non risolve la guerra, ma impedisce che la guerra spenga del tutto l’umano.  

Qui la vita consacrata viene letta come un atto di “resistenza spirituale” non ideologica: resistere alla disumanizzazione, al cinismo, alla rassegnazione. E farlo non con l’aggressività di chi pretende di vincere, ma con la mansuetudine di chi non vuole smettere di credere che ogni persona — giovane o anziana, malata o carcerata, povera o straniera — abbia un posto “sacro” nel cuore di Dio. Il Papa lo dice con una frase netta: ciascuno è un santuario inviolabile davanti al quale inginocchiarsi. È un rovesciamento evangelico: inginocchiarsi non davanti al potere, ma davanti alla fragilità custodita da Dio.  

E poi, quasi come sigillo, arriva la preghiera di Simeone: Nunc dimittis. “Ora puoi lasciare… perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Il Papa la lega alla libertà interiore della vita religiosa: distacco da ciò che passa non per disprezzo del mondo, ma per amare il mondo senza possederlo; cura delle realtà terrene senza idolatrarle; speranza dei beni eterni non come evasione, ma come luce che rimette ordine alle priorità. Se la paura della morte produce schiavitù — nel denaro, nel controllo, nella violenza, nell’ossessione di contare — allora la consacrazione, quando è autentica, diventa un antidoto: mostra che si può vivere senza essere dominati dalla paura, e quindi si può amare e perdonare “senza misura”.  

In fondo, la Candelora non è una festa sentimentale: è un giudizio sulla storia. Cristo è “luce”, ma non acceca; illumina. E la vita consacrata, quando resta fedele al suo cuore, non fa rumore: fa luce. Non occupa la scena: custodisce la presenza. Non cerca l’applauso: prepara la via.

Per questo, in una stagione in cui tutto sembra polarizzarsi — e anche la fede rischia talvolta di diventare bandiera — l’omelia di oggi propone un’altra grammatica: la profezia non è un megafono, è una vita offerta. Ed è proprio questo che rende la Chiesa credibile: non la perfezione dei suoi discorsi, ma la trasparenza dei suoi santi e delle sue sante “di ogni giorno”, uomini e donne che, come Anna, “non si allontanano dal Tempio”, e come Simeone imparano a riconoscere la salvezza quando arriva in forma piccola, umile, quasi invisibile.