Gennaio 2026. Una foto diventa un fatto politico: un bimbo di cinque anni, Liam Conejo Ramos, fermato a Minneapolis insieme al padre e trasferito in un centro di detenzione in Texas. Un giudice federale, Fred Biery, ordina il rilascio e, con parole insolitamente aspre, richiama la Dichiarazione d’Indipendenza come se l’aula di tribunale dovesse ricordare al Paese che l’America non è solo enforcement, ma anche limiti al potere.  

Quell’immagine — lo zaino, l’auto, la distanza, l’infanzia trasformata in “procedura” — non è un dettaglio emotivo della cronaca: è la scena in cui si vede, in controluce, la crisi contemporanea del liberalismo occidentale. Una crisi che non coincide soltanto con la rissa tra destra e sinistra o con la crescita degli estremismi; coincide anche con un’altra mutazione, più silenziosa: la libertà che resta parola solenne, ma viene gradualmente recintata, distribuita in modo differenziale, fino a diventare un privilegio stabile per alcuni e un bene intermittente per altri.

Negli Stati Uniti, la politica migratoria è diventata il laboratorio più adatto per questo esperimento. L’amministrazione Donald Trump ha tentato di trasformare la detenzione amministrativa in regola: meno cauzione, meno udienze individuali, più trattenimento prolungato. Il risultato non è solo un incremento numerico, ma un cambio di grammatica: quando la libertà dipende sempre più da automatismi amministrativi, la giurisdizione — il controllo esterno del potere — diventa il vero campo di battaglia.  

A questo punto entra in scena il dispositivo più antico e più moderno insieme: l’habeas corpus, cioè la domanda essenziale che una democrazia rivolge a se stessa ogni volta che priva qualcuno della libertà: perché lo trattieni, con quale base, per quanto, davanti a chi? È qui che i tribunali federali, sommersi da ricorsi, hanno iniziato a smontare pezzo dopo pezzo l’idea di una detenzione “senza fine” come strumento ordinario di governo dell’immigrazione.  

Il caso Minneapolis ha colpito perché concentra, in un solo fotogramma, il tratto più delicato dell’overreach: la politica che cerca di ottenere un risultato non solo con la severità della legge, ma con la pressione della privazione — trasferimenti lontani, tempi incerti, difficoltà di accesso a legali e reti familiari — fino a trasformare la detenzione in leva per accelerare rinunce, accettazioni, “auto-deportazioni”. La decisione del giudice Biery, e la sua durezza retorica, sono il segno che una parte della magistratura sta leggendo questa stagione non come normale oscillazione tra linee politiche, ma come stress test sui confini dell’esecutivo.  

Qui si incastra la riflessione più ampia sulla “comunità dei liberi”. Ogni liberalismo storico — quando non è vigilato — tende a produrre uno spazio sacro e uno spazio profano: nel primo, quello dei cittadini riconosciuti e dei protetti, il diritto appare pieno; nel secondo, quello dei vulnerabili e dei marginali, il diritto diventa intermittente. Non serve chiamarla “colonialità” per riconoscerne la forma contemporanea: oggi lo spazio profano non è solo altrove; attraversa le metropoli, abita i lavori fragili, prende la forma di status amministrativi precari. E l’immigrazione è il luogo in cui questa differenza diventa immediatamente visibile: libertà come presunzione per alcuni, detenzione come presunzione per altri.

Il punto più inquietante non è la durezza in sé, ma l’idea — sempre ricorrente nelle crisi — che il controllo giudiziario sia un intralcio, e che i giudici debbano “non mettersi in mezzo”. È una tentazione tipica dell’emergenza: presentare la separazione dei poteri come freno “politico” anziché come garanzia civile. In questo clima, hanno fatto rumore anche indicazioni interne al sistema dell’immigrazione che spingono a negare udienze di cauzione nonostante decisioni contrarie dei tribunali: un attrito che, se diventa prassi, non riguarda più solo l’immigrazione, ma l’obbedienza stessa dello Stato alle proprie regole.  

E allora la domanda torna al punto di partenza: che cosa sta succedendo al liberalismo oggi? Succede che la libertà rischia di essere ridotta a procedura per chi è già dentro la cittadinanza piena e a permesso revocabile per chi vive ai margini. Succede che il conflitto sociale e politico viene sempre più trattato come patologia, e la soluzione cercata non è la composizione ma l’automatismo: più detenzione, meno giudice; più velocità, meno garanzie; più deterrenza, meno proporzione. In questo senso, la campagna migratoria diventa una prova generale: se passa qui, può passare altrove. Perché la storia insegna che la libertà raramente viene abolita con un proclama; più spesso viene svuotata per eccezioni successive, fino a diventare un recinto.

Il bambino liberato a Minneapolis non è soltanto una notizia “umana”. È un indice politico: segnala che una parte delle istituzioni sta ancora reagendo quando l’esecutivo tenta di superare il perimetro. E ricorda un principio elementare, ma oggi sorprendentemente fragile: una democrazia non si misura dalla forza con cui colpisce i deboli, ma dalla disciplina con cui trattiene se stessa.