Quando la sicurezza diventa ideologia
Dopo l’ICE, i Pasdaran. Le Olimpiadi di Milano-Cortina rischiano di trasformarsi in una vetrina paradossale: non solo sport e cooperazione internazionale, ma anche la presenza — diretta o indiretta — di apparati statali che l’Occidente stesso fatica a distinguere dalla repressione e dal terrore.
La questione esplode quasi per caso, in Aula al Senato, con una battuta che voleva essere polemica politica e che invece apre un fronte ben più serio. Se gli agenti dell’ICE hanno già creato imbarazzo diplomatico, l’ipotesi che la scorta degli atleti iraniani sia affidata ai Pasdaran introduce un livello diverso di gravità. Perché qui non si parla di un’agenzia controversa, ma di un corpo militare accusato di crimini sistematici contro la popolazione civile, responsabile — secondo numerose fonti internazionali — di decine di migliaia di morti nelle recenti repressioni interne.
Il corto circuito è evidente. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte sostenuto, anche in sede europea, la necessità di qualificare i Pasdaran come organizzazione terroristica. È una posizione politica chiara, coerente con la linea dei diritti umani e con le preoccupazioni per la sicurezza internazionale. Ma se questa è la linea ufficiale, come può anche solo essere ipotizzata la presenza sul territorio italiano, durante un evento globale, di uomini appartenenti a quel corpo?
La domanda non è ideologica. È istituzionale. E riguarda la credibilità dello Stato.
Le Olimpiadi non sono una zona franca del diritto. Sono territorio nazionale, spazio politico, simbolo internazionale. Ammettere — o tollerare — che apparati di sicurezza stranieri accusati di repressione violenta operino, anche in forma limitata, sul suolo italiano significa accettare una contraddizione che non può essere archiviata come dettaglio tecnico.
La replica governativa, per ora, è fatta di silenzi e di distinguo. Ma la distinzione qui è fragile. Perché la sicurezza non è mai neutra: è sempre anche un linguaggio politico. E quando uno Stato delega, affianca o accoglie altri apparati coercitivi, manda un messaggio. Agli alleati. Ai cittadini. Alle vittime di quei regimi.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre l’Italia rivendica, giustamente, il proprio ruolo di Paese democratico, attento ai diritti e alla legalità internazionale. Ma la democrazia non vive solo di dichiarazioni: vive di coerenza. E la coerenza, in politica estera come in sicurezza, si misura nei casi scomodi, non in quelli facili.
ICE o Pasdaran, il nodo è lo stesso: fino a che punto uno Stato è disposto a sacrificare la chiarezza dei principi sull’altare dell’equilibrio geopolitico? E quando la sicurezza diventa una somma di compromessi, chi garantisce che non finisca per assomigliare a ciò che dice di combattere?
Milano-Cortina doveva essere una festa dello sport e della cooperazione. Rischia invece di diventare lo specchio di un tempo inquieto, in cui nuovi “garanti della sicurezza” portano con sé un’ombra lunga, fatta di repressione, paura e violazioni. E allora la vera domanda non è chi controllerà gli atleti, ma chi custodirà la coscienza democratica di chi ospita i Giochi.
