C’è un momento in cui la realtà smette di essere interpretabile e diventa semplicemente leggibile. Alessandro Orsini, sociologo e fra i più acuti analisti italiani di sicurezza internazionale, sostiene che quel momento sia arrivato per Donald Trump: quattro settimane di bombardamenti sull’Iran, quattro obiettivi dichiarati — cambio di regime, smantellamento del programma nucleare e missilistico, fine dei finanziamenti ai movimenti armati regionali — e nessuno raggiunto. Non è un giudizio ideologico. È aritmetica.
La narrazione ufficiale di Washington vorrebbe l’Iran in ginocchio, pronto a trattare. Ma Orsini invita a guardare non alle parole dei protagonisti, bensì ai loro comportamenti osservabili: Teheran non solo non ha ceduto, ma ha irrigidito le proprie condizioni. Chiede risarcimenti per i danni subiti, pedaggi sulle petroliere in transito per lo stretto di Hormuz, garanzie assolute contro futuri attacchi, la chiusura delle basi americane nel Golfo. Non è il profilo di chi prega di fermare la guerra: è il profilo di chi la sta resistendo. Quando le parole e i fatti si contraddicono, insegna il metodo sociologico, bisogna credere ai fatti.
L’ottimismo infantile come categoria strategica
Orsini conia una formula che vale la pena trattenere: «ottimismo infantile». È la patologia di chi si lancia in un’avventura militare senza piani alternativi, convinto che la forza basti a piegare la realtà. La storia del Novecento è costellata di questo ottimismo: da Suez del 1956 al Vietnam, dall’Iraq del 2003 all’Afghanistan. In tutti questi casi la potenza militare superiore si scontrò con qualcosa che i suoi stati maggiori non avevano messo a bilancio: la volontà di resistenza dell’avversario, radicata in identità, umiliazioni storiche, interessi vitali che nessun bombardamento riesce a cancellare, semmai li cementa.
Ciò che colpisce nell’analisi di Orsini non è la critica a Trump in sé — facile, quasi ovvia — ma la sua capacità di misurare le conseguenze sistemiche di questa sconfitta. L’Iran conserva intatta la capacità di paralizzare l’economia del Golfo Persico. Lo stretto di Hormuz, per cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, rimane sotto l’influenza di Teheran. Un’eventuale intesa che riconoscesse all’Iran una gestione condivisa di quello stretto — come Trump avrebbe ventilato — sarebbe, nota il quotidiano israeliano Haaretz citato da Orsini, la certificazione formale di una sconfitta. Le guerre si perdono anche così: non con la resa sul campo, ma con il negoziato che ratifica il fallimento degli obiettivi dichiarati.
Il conto che arriva a Roma
Ma questa riflessione non può fermarsi alla geopolitica. Orsini traccia una linea diretta tra le scelte di Washington — e di Tel Aviv — e la politica italiana. Giorgia Meloni aveva costruito parte della propria credibilità internazionale sull’immagine di Trump come garante di stabilità. Quella costruzione è oggi esposta alle intemperie: il costo energetico della guerra ricade sulle economie europee, e l’Italia non fa eccezione. Spiegare agli italiani che il rincaro dei prezzi è anche il prezzo dell’alleanza con un’amministrazione che non ha saputo calcolare le conseguenze delle proprie scelte militari è, per qualsiasi governo, un esercizio politicamente rischioso.
C’è poi la questione della cooperazione militare con Israele, rinnovata dal governo italiano nel giugno 2025 per altri cinque anni. Orsini la cita come uno degli elementi che ha pesato sul voto referendario, in particolare tra i giovani. Non si tratta, secondo la sua lettura, di un voto tecnico sulla magistratura: si tratta di un voto di coscienza su ciò che l’Italia fa nel mondo, sul nome che si è disposti — o non disposti — a dare alle immagini che arrivano da Gaza.
I giovani e il referendum come confessionale
La cifra che Orsini porta all’attenzione è significativa: il 61,1% degli elettori tra i 18 e i 34 anni avrebbe votato No. È una generazione che, a differenza delle precedenti, non ha grandi portafogli azionari da proteggere né posizioni di rendita da difendere. Vota, scrive Orsini, soprattutto in base agli ideali. E quando vede bambini uccisi, si indigna di un’indignazione che non si lascia sterilizzare dai dibattiti tecnici sulla forma del quesito referendario.
Il ragionamento che Orsini attribuisce a questi giovani è quasi pascaliano nella sua semplicità: se il sistema politico offre una sola occasione per esprimere il proprio dissenso su scala nazionale — anche su un quesito formalmente lontano dalla politica estera — quella occasione va colta. Non perché i giovani siano ingenui o massimalisti, ma perché sanno che le occasioni non si ripetono. Il referendum come confessionale politico: non si confessa la propria opinione sulla magistratura, si confessa la propria posizione su Gaza.
C’è qualcosa di profondamente democratico in questo, anche se irrita chi vorrebbe il voto confinato dentro argini tematici precisi. La politica, nella sua forma autentica, non conosce compartimenti stagni: chi governa risponde di tutto ciò che fa, anche di ciò che fa lontano dai confini nazionali.
Quel che resta
L’analisi di Orsini non è né consolatoria né apocalittica. È la diagnosi di un sistema che ha perso la capacità di connettere mezzi e fini, dichiarazioni e realtà, alleanze e responsabilità. Una diagnosi che, per chi legge con occhi cattolici, risuona con qualcosa di familiare: la guerra come risposta ai problemi della politica è quasi sempre la prova che la politica ha già fallito prima che il primo missile partisse.
La pace non si costruisce nei comunicati stampa che annunciano vittorie mai conseguite. Si costruisce nella faticosa, impopolare, spesso derisa capacità di rinunciare a qualcosa oggi per non perdere tutto domani. È ciò che i giovani che hanno votato No sembrano aver capito, con quella chiarezza morale che si deve ancora al fatto di non avere niente da perdere se non la propria coerenza.
E forse è proprio questa la notizia più interessante: non che Trump abbia perso una guerra, ma che i ventenni italiani abbiano deciso che quella guerra li riguardava.
