Chi decide sulla nostra vita? Coscienza e potere nel tempo del fine vita
(Il nuovo film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, in uscita nelle sale italiane dal 15 gennaio 2026
C’è un momento, nel film La grazia di Paolo Sorrentino – interpretato da un Toni Servillo di estrema sobrietà e profondità – in cui la politica smette di essere procedura e diventa dramma antropologico. La domanda che attraversa l’intero racconto, pronunciata e taciuta insieme, è una sola: chi decide sulla nostra vita?
Non è una domanda giuridica. Non è neppure soltanto politica. È una domanda morale, teologica e civile, che tocca il nervo scoperto del nostro tempo.
Il film, che arriva nelle sale italiane il 15 gennaio 2026, mette in scena un Presidente della Repubblica giunto alla fine del mandato, immerso nel cosiddetto semestre bianco, stretto tra decisioni estreme e pressioni che non vengono mai gridate, ma incombono. Non si parla apertamente di Italia, e tuttavia è difficile non cogliere una risonanza profonda con il dibattito che attraversa il Paese: eutanasia, suicidio assistito, fine vita, e il ruolo delle istituzioni come garanti ultimi della Costituzione e della dignità umana.
Sorrentino non fa cinema di denuncia né cinema d’attualità. Fa qualcosa di più esigente: mostra il punto in cui il diritto si arresta e la coscienza resta sola. Il Presidente di Servillo non è un ideologo né un militante. È un uomo che avverte tutto il peso di una decisione che nessuna legge può rendere innocua: autorizzare, direttamente o indirettamente, la morte come risposta al dolore.
Dal punto di vista teologico, La grazia tocca un nodo centrale della tradizione cristiana: la vita non è un bene disponibile, nemmeno quando è fragile, malata, dipendente. Non perché la sofferenza vada romanticizzata, ma perché la dignità non è mai proporzionale all’efficienza, all’autonomia o alla qualità percepita dell’esistenza. Quando lo Stato si arroga il potere di certificare che una vita non merita più di essere vissuta, non compie solo un atto giuridico: ridefinisce l’umano.
Il film è anche, con grande finezza, un’opera sociologica. Le pressioni sul Presidente non nascono solo dalla compassione, ma da una cultura che fatica a sostenere il limite. In una società che teme la dipendenza e rimuove la fragilità, la “morte assistita” rischia di diventare una soluzione funzionale, una risposta rapida a problemi che richiederebbero invece cura, accompagnamento, politiche sociali, prossimità.
Decisiva, in questo quadro, è la figura di Dorotea, la figlia del Presidente. Dorotea non è una controparte ideologica, ma una coscienza incarnata. Non propone soluzioni, ma impedisce la fuga. Nel dialogo trattenuto con il padre – uno dei punti più alti del film – si apre un colloquio implicito con lo spettatore e con il Paese. Dorotea rappresenta ciò che spesso manca nel dibattito pubblico: la domanda che non si lascia archiviare.
Dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa, Dorotea incarna la funzione autentica della coscienza: non creare il bene, ma riconoscerlo; non semplificare il reale, ma custodirlo. Il potente ha bisogno della fragile. Chi decide ha bisogno di chi non decide. È una dinamica profondamente evangelica, che rovescia la logica dell’autosufficienza.
In controluce, il Presidente di La grazia sembra ricordarci una verità scomoda: la neutralità morale dello Stato è un’illusione. Ogni legge educa. Ogni scelta istituzionale dice qualcosa su ciò che vale e ciò che non vale. Legalizzare la morte come diritto significa, inevitabilmente, trasformarla in opzione socialmente attesa, soprattutto per chi si sente un peso.
Papa Francesco ha parlato di cultura dello scarto; Papa Leone XIV ha recentemente richiamato le istituzioni a non tacere quando sono in gioco i fondamenti della dignità umana. Senza mai citare il Magistero, La grazia si muove esattamente in questo spazio: non confessionale, ma radicalmente umano.
Alla fine, il film non prende posizione con slogan. Compie un gesto più raro: restituisce dignità al dubbio come atto di responsabilità. E nel grande dibattito italiano sul fine vita, ricorda che la domanda decisiva non è chi ha diritto di morire, ma chi ha il dovere di non abbandonare.
È una domanda che interpella la politica, la Chiesa, la medicina, le famiglie. E che, come accade nel film, non consente risposte facili. Ma chiede, almeno, di non essere elusa.
